Le “pietruzze”
Giorgia non apprezza gli “schiaffoni” di Salvini a Cgil e Uil
“La nostra maggioranza è compatta, fatevene una ragione. Il Governo ha un orizzonte di legislatura”. Una bugia politica ed una possibile verità che a più riprese Giorgia Meloni rivolge alle Opposizioni.
Una bugia perché non è vero che con gli Alleati siano tutte rose e fiori. E la Premier lo sa bene, fin dal primo giorno del suo ingresso a Palazzo Chigi.
Per l’orizzonte di legislatura, invece di invitare la Sinistra a farsene una ragione, sarebbe bene chiedere a Matteo Salvini che – anche lui dal primo giorno di governo – considera la ragazzotta della Garbatella una usurpatrice.
Non traggano in inganno le apparenti manifestazioni di stima, gli abbracci, i sorrisi. Tutto falso! Quella di Giorgia è una poltrona che il segretario della Lega sogna da sempre, dai tempi del Papeete, fino a quando un mojito di troppo lo ha riportato bruscamente sulla terra.
E in tutto questo primo anno di governo non ha mai smesso di crearle problemi. Sia chiaro: ben ricambiato. Non si contano gli sgambetti che l’uno e l’altra si sono rifilati. Della serie: “S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…”. Anche se in questo caso tutto avviene all’interno della stessa coalizione per l’inconsistenza – politica e numerica – delle Opposizioni, da sempre unite nell’analisi della situazione ma divise sulle strategie.
Altro che il “fatevene una ragione” di Giorgia alle Sinistre. È a Matteo che bisogna guardare! La Premier gli sfila la carta elettorale degli immigrati e punta sull’Albania? E subito il segretario della Lega si abbandona, peraltro con toni offensivi, ad un “muro contro muro” con CGIL e UIL per acquisire consenso fra i ceti più colpiti dallo sciopero ma soprattutto per favorire un terreno di scontro sulla manovra tra Governo e sindacato. Proprio quello che Meloni per giorni non voleva, sforzandosi di mantenere sulle misure prese – e contestate dal mondo del lavoro – un basso profilo.
Salvini glielo ha impedito! Mancano ancora sette mesi alle Europee di giugno, dove si voterà con il proporzionale, e allora ne vedremo delle belle!
(PdA – 15 novembre 2023)
Per Salvini un bicchiere di vino fa bene. E il Mojito?
Matteo Salvini è un… tuttologo e, pur non essendo un medico, ci tiene a far sapere che qualche bicchiere di vino “non solo non fa male ma è assolutamente lecito per chi lo ritiene salutare”. Attenzione: vino, non mojito perché a lui questo cocktail di origine cubana qualche problema, a suo tempo, invece lo ha procurato.
E quindi? Nel nuovo Codice della Strada che gli esperti stanno mettendo a punto, sentenzia il segretario della Lega,” non tocchiamo il tasso alcolemico”.
Ora, con 3.159 morti in incidenti stradali nel solo 2022 e 223.475 feriti secondo i dati Istat, era il caso che il Ministro spezzasse questa lancia in favore del vino? “Un bel tacer non fu mai scritto”, secondo una frase attribuita a Dante o secondo altri alla penna di Iacopo Badoer!
Anche perché molti sarebbero stati gli automobilisti beccati dalla Polizia con tassi alcolemici superiori al consentito. Si sa, un bicchiere tira l’altro… Proprio come nell’estate del 2019. Allora, però, era mojito non vino.
Ma Salvini è così! Della serie: dico la mia, quindi esisto! Tutto per… riemergere. Avviene per i balneari, per i tassisti ed ora anche per gli automobilisti “distratti” a tavola davanti a qualche bicchiere di troppo di buon vino.
(PdA – 9 novembre 2023)
L’Albania come Guantanamo?
Quando questo Governo, prima o poi, concluderà la sua…avventura verrà ricordato per due “storici”, per usare un aggettivo caro alla Premier, flop: il Ponte sullo Stretto (un do ut des della Meloni a Salvini per tenerlo buono) e il tentativo di trasformare il porto di Shengjin e l’area di Gjader, in Albania, in una Guantanamo dell’ Europa.
Sembra che per quest’ultimo obiettivo il Presidente del Consiglio, questa estate, abbia addirittura “sacrificato” qualche giorno delle sue vacanze. “Altro che aperitivi!”, ha tenuto a precisare nell’annunciare lo “storico” accordo con i dirimpettai albanesi.
Non le si può dar torto. Convincere un Paese, che non fa parte dell’Europa, a prendersi senza alcun corrispettivo, una quota dei migranti che arrivano dalle coste africane e sbarcano in Italia è impresa certamente straordinaria. Sempre che sia realizzabile.
E qui soccorre la memoria.
Di Giorgia Meloni ricordiamo quando, ancora all’opposizione, “urlava” contro quanti l’hanno preceduta a Palazzo Chigi di arginare l’ondata di sbarchi con la proposta di un blocco navale, la caccia agli scafisti per tutto l’“Orbe terraqueo”, la guerra alle ONG, l’intesa (anche in questo caso storica) con la Tunisia, solo per ricordare alcune “sparate“ a salve. Appunto, senza alcun risultato.
Ora, di fronte a sbarchi che nel suo anno di governo si sono più che triplicati, si gioca la carta dell’Albania. Ha deciso tutto da sola o la decisione “storica” è maturata nel ristretto giro di parenti ed amici fidati? È stato consultato qualche giurista sulla fattibilità del progetto o si è fatto come per la proposta del premierato?
E l’Europa è stata preventivamente avvisata? Sembra di no! Ed è giuridicamente possibile salvare in mare vite umane, portarle a terra e poi spedirle come un pacco postale in un porto “non” di provenienza e senza il loro accordo?
E, una volta in Albania, quale sarà il loro status? Costoro saranno liberi o verranno obbligati a restare all’interno dei recinti costruiti dall’Italia, di fatto in carcere? E a quale legislazione dovranno rispondere, la nostra o quella albanese?
Per come l’iniziativa ci è stata presentata, sembra un guazzabuglio abbastanza complicato con una sola certezza: questa volta Giorgia Meloni ha preso l’accordo non per telefono ma incontrandosi personalmente con il primo ministro albanese Edi Rama.
Speriamo per lei che non sia un sosia!
(PdA – 7 novembre 2023)
Premierato: Meloni erede di Almirante
Ad un anno dalla presa di possesso di Palazzo Chigi prende corpo il disegno populista e autoritario di Giorgia Meloni: portare il Paese, elettoralmente “già” di destra, a ragionare e comportarsi “da” destra ed essere il primo Premier a cambiare radicalmente la Costituzione per rafforzare il suo ruolo di Presidente del Consiglio e diventare titolare di un potere senza eguali nella storia del dopoguerra.
È iniziata così una strisciante marcia, pasticciata e… famelica, verso gli avamposti culturali della Sinistra. Allontanati – o indotti ad andarsene – personaggi scomodi, il primo traguardo è stato impadronirsi della Rai dove sono stati piazzati nei TG e nei programmi di intrattenimento i soliti amici fidati. Senza alcun riguardo per la qualità del prodotto e il gradimento dei telespettatori. Poi il repulisti ha riguardato altre storiche roccaforti.
Finora questa è stata la preoccupazione principale di Giorgia Meloni e dei suoi Bravi. Ma non è chiaro perché sia urgente, nell’attuale momento politico, con due guerre che stanno sconvolgendo il mondo, mettere mano anche ad uno stravolgimento del nostro sistema costituzionale. A meno che in tal modo non si vogliano silenziare i gravi problemi economici e sociali del Paese.
Se dopo un anno, e con numeri parlamentari così solidi non arrivano dal Governo risposte adeguate, se gli sbarchi si sono più che triplicati, se in Europa veniamo considerati il fanalino di coda, la colpa non è della Costituzione ma della incapacità di una Coalizione che non se ne occupa, inventandosi alternative non proprio necessarie e, come per il premierato, raffazzonate e ripescate dall’armadio di Giorgio Almirante che, già nel 1970, predicava il superamento della repubblica parlamentare con un Capo di Governo eletto direttamente dal Popolo e, di conseguenza, con la sottomissione delle Camere all’Esecutivo
E poi, diciamola tutta: questa Destra non sembra avere la “cultura” per mettere mano ad una Carta, fatta di pesi e contrappesi, alla quale hanno lavorato dal 1946 al 1947 fior di giuristi, professori universitari e professionisti con alle spalle anni ed anni di studi. Per carità di patria sorvoliamo poi sulle conoscenze giuridiche dei nuovi aspiranti costituenti e sulla preparazione dell’attuale classe politica formata in gran parte da soggetti improvvisati, dei veri dilettanti allo sbaraglio. Tra di loro riusciamo ad individuare un Costantino Mortati?
No. Abbiamo da contrapporle una Maria Elisabetta Alberti Casellati che l’11 maggio 2013 si fece notare per manifestare in prima fila davanti al Palazzo di Giustizia di Milano a difesa di Silvio Berlusconi.
E qui sorge un sospetto: che si tratti dell’ennesima operazione della Destra per distogliere l’attenzione dalle vere esigenze degli italiani e che, attraverso il Premierato forte, si punti ad un “asso pigliatutto” con la riduzione del Parlamento ad “aule grigie e sorde”, la compressione delle funzioni del Presidente della Repubblica e della sua figura di garanzia e di rappresentante dell’unità nazionale, oltre all’accentramento di tutti i poteri su un’unica persona… decidente. Un unicum mai visto nelle democrazie di tutto il mondo.
Ma la Destra non solo non ha i titoli ma neppure i numeri giusti per stravolgere il nostro ordinamento costituzionale: alle elezioni dello scorso anno ha ottenuto 12 milioni di voti mentre gli “oppositori” sono stati 14 milioni e ben in 17 milioni si sono astenuti, oppure hanno votato scheda bianca o hanno annullato il voto.
Ebbene, non sono numeri che giustificano l’ambizione di Giorgia Meloni ad alterare l’architettura disegnata dai Padri costituenti e fondata tutta sul Parlamento. Per sorvolare sul fatto che una iniziativa di questo tipo dovrebbe partire dal Parlamento e non dal Governo.
Ma nel premierato di fatto non siamo già entrati? In un anno questo Governo ha varato 46 decreti-legge e chiesto per 30 volte la fiducia al Parlamento. Addirittura, lo stesso Parlamento non potrà intervenire neppure sulla manovra economica per cui, di fatto, è già esautorato. Il Governo fa le leggi, le blinda, e il Parlamento – impossibilitato a discuterle – le approva. Più decisionista di così… La realtà è che a Giorgia Meloni serve una proposta forte, centrata intorno al suo nome, una grande bandiera politica da sventolare da qui alle Europee e attribuirsi il merito di portarci nella terza Repubblica.
È vero che chi vince le elezioni ha il diritto di governare ma non di stravolgere la nostra Carta costituzionale, a meno che il “sentiment” della gente non sia molto vasto.
Ma, come abbiamo ricordato, due terzi del Paese non è di destra!
(PdA – 4 novembre 2023)
