Le “pietruzze”
I sassolini nelle scarpe di Pietro de Angelis.
Meloni perde nonostante Soru e Calenda
Se ci metti la faccia e vinci, bene. Ma, se perdi, non puoi far finta di niente. Lo fece Renzi nel 2016 con il referendum istituzionale perdendo la segreteria e, … disoccupato, dandosi alla più sostanziosa attività di conferenziere. Ed ora, come un’anima in pena ma ostinatamente da primo della classe, è in cerca di un trampolino per le europee di giugno che gli permetta di superare la soglia del 4%.
E se Giorgia Meloni, leader di una coalizione disunita su tutto ma che sta insieme solo per calcolo elettorale, schiuma rabbia da tutti i pori, in casa del vecchio Verdini – nel frattempo tornato in carcere per evasione dai domiciliari – si festeggia la sconfitta della Premier: certamente non con un mojito ma con dell’ottimo champagne offerto dal “leale” Matteo Salvini al quasi suocero, al quasi cognato e alla sua fidanzata. Ora i quadrumviri della Ducetta del Colle Oppio (Fazzolari, Foti, Donzelli e l’agricolo Lollo) si affretteranno a ridimensionare lo “schiaffone” sardo parlando di voto locale, chiedendo il riconteggio delle schede ed altre… amenità di rito quando la sconfitta arriva sul filo di lana, sostenendo che il governo è saldo e che non ci sarà nessun effetto sulla coalizione.
Ma, indipendentemente dalla vittoria della candidata di PD e Cinque Stelle, la ragazzotta della Garbatella ha perso la faccia proprio sul “testa a testa” dei due candidati che certamente non immaginava quando ha “sfilato” a Salvini la riconferma del presidente uscente Christian Solinas. Evidentemente, un anno e mezzo di governo “in discesa” senza alcuna opposizione, i continui “vis a vis” in giro per il mondo, il consenso “acritico” degli amici e dei suoi più “fidati” collaboratori, le “veline” di quasi tutti i TG e di molti giornali “amici”, le “ospitate dal Gran ciambellano” televisivo Bruno Vespa , la debbono aver convinta che le era consentito tutto. Anche l’umiliazione di Matteo Salvini sceso al 3,7%.
Non solo. Come escludere che le manganellate di Pisa e di Firenze agli studenti che manifestavano per la Palestina, e la secca nota del Colle, non abbiano giocato un ruolo? In fondo il candidato della Meloni ha perso per pochi voti dopo una serie di sorpassi e controsorpassi nello spoglio elettorale.
Ma le urne sarde ci mandano un altro, non meno importante messaggio nel campo avverso: l’irrilevanza politica di Calenda e Renzi oltre all’inutile “bravata” di Renato Soru, già presidente della Regione e tra i fondatori del Partito Democratico, che si è candidato senza nessuna possibilità di vincere ma per togliere voti al “suo” PD. Che cosa immaginava presentandosi in alternativa alla Todde, se non di danneggiarla e “favorire” la vittoria dell’uomo della Meloni?
Quanto a Calenda, che dire? Un tempo a scuola gli studenti più svogliati venivano etichettati come “braccia tolte all’agricoltura”. Ora è difficile immaginarlo con il fazzoletto annodato con quattro fiocchi sulla testa a zappare la terra. Ma dopo il flop sardo sarebbe opportuno che il segretario di Azione comprenda che il “voto utile” ti porta pragmaticamente a decidere dove stare: a destra o a sinistra. Né più né meno come fa la Destra
La lezione per il centrosinistra (sempre che lo si possa definire così) è che il governo di Giorgia Meloni lo si può sconfiggere, come in Sardegna, solo mettendo in un angolo le proprie legittime ambizioni e contribuendo ciascuno degli aderenti, anche con percentuali da prefisso telefonico, al successo di un ipotetico “campo largo”, ancora tutto da costruire e senza i soliti primi della classe come il prof. Montanari, di sinistra, ma che a Firenze immagina, da solista, di giocare un proprio ruolo.
(PdA – 27 febbraio 2024)
Salvini & Co. preoccupano Vaticano e Quirinale
Dal Quirinale e dalla Chiesa arriva un “uno-due” pugilistico al governo di Destra Destra.
Il primo colpo, sferrato dalla Conferenza episcopale e ripreso a più voci da molti vescovi, e non solo meridionali, va a colpire in pieno la proposta di legge salviniana sull’autonomia differenziata per le regioni a statuto ordinario: se in vigore, afferma preoccupata la CEI, si avrebbe un’Italia a velocità diverse, una sorta di Paese Arlecchino con il rischio reale di uno spopolamento del Sud.
Il secondo uppercut arriva dal Quirinale, con una nota diramata dall’Ufficio Stampa di Mattarella “mai vista così dura”, come affermano molti osservatori. A preoccupare il Capo dello Stato è il ripetersi, negli ultimi tempi, del ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine per “dissuadere” chi disturba il Governo.
Nella nota, si legge, “il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.
Un avvertimento, questo del Quirinale, che in qualsiasi Paese democratico verrebbe subito seguito dalle dimissioni del ministro. Ma… siamo in Italia, e ormai non ci si meraviglia più dell’andazzo che sta prendendo la politica nostrana.
Se non altro con questi due “colpi” si pareggia la “cortesia” che Bruno Vespa ha voluto fare alla Premier offrendole una platea di telespettatori peraltro negata alle opposizioni. Uno spazio-comizio prima con “Cinque Minuti” subito dopo il tg1 delle 20 e successivamente con “Porta a Porta”.
Perché lo ha fatto? Forse è meglio non rispondere. Nessuno discute la professionalità del… Presentatore anche se c’è chi sostiene che i rapporti nati l’estate scorsa nelle due Masserie pugliesi, ambasciatori Giambruno, Lollobrigida e… il granchio blu, potrebbero involontariamente aver giocato un ruolo.
Aspettiamo domani, quando le urne sarde ci diranno se gli elettori sono ancora disposti a sopportare questo modo di fare e a bersi qualsiasi pozione più o meno amara venga loro propinata.
(PdA – 24 febbraio 2024)
Piantedosi e Salvini? C…o e camicia!
Perché meravigliarsi ancora delle nuove uscite, davvero “sorprendenti”, dell’attuale Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi? Ipocrisia o, per qualche “smemorato di Collegno”, la necessità di una buona cura di fosforo? Vediamo di rinfrescarci la memoria!
L’uomo di Salvini (perché tale è) sostiene che in questi ultimi due anni il consistente aumento delle identificazioni di semplici cittadini da parte delle forze dell’ordine “non comprime affatto una qualche libertà personale”. Ma il Ministro tace sul fatto che polizia e carabinieri hanno percepito, con il governo Meloni, un cambio di clima e si comportano di conseguenza. Per cui siamo passati dalle 35.352.282 richieste di riconoscimento del 2021 alle 53.833.736 del 2023. Piantedosi esclude direttive particolari anche se i numeri parlano da soli e preoccupano.
Un po’ come avvenne nel 2001 al G8 di Genova nella “mattanza” alla scuola Diaz e alla caserma Bolzaneto. Si dà il caso che Il giorno prima era stato in prefettura a Genova l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. E tanto bastò perché gli agenti e i carabinieri si sentissero in qualche modo, se non autorizzati, almeno “coperti”.
Sorprendente poi la dichiarazione del Ministro sulle condizioni disumane dei CPR. Piantedosi nega il reale stato dei Centri di permanenza per il rimpatrio e accusa i migranti che li vandalizzano, così come sostiene che la Libia sarebbe un “porto sicuro”!
Ma, il “massimo” della vicinanza a Salvini, l’attuale Ministro dell’Interno lo ha raggiunto quando in Tribunale ha testimoniato per scagionare il suo predecessore e si è addossato parte della responsabilità per il presunto sequestro dei migranti della Open Arms.
Nessuno stupore per la sfrontatezza di queste dichiarazioni che cozzano con la verità dei fatti. E per carità di patria ne abbiamo ricordate solo alcune!
Si dimentica infatti che quando Giorgia Meloni – “non ricattabile” per sua stessa ammissione – non lo volle agli Interni, il segretario della Lega pretese ed ottenne che al suo posto fosse nominato proprio Matteo Piantedosi che era stato nel Conte 1 il suo Capo di Gabinetto.
Evidentemente sapeva bene, e non si sbagliava, di che pasta fosse fatto quello che ben presto si è rivelato un “Ministro di Polizia”, fedele esecutore di chi lo aveva imposto come suo successore.
E non è un caso che nel processo per il naufragio di Cutro, appena quattro mesi dopo la nascita del governo Meloni, i giudici stiano decidendo proprio in questi giorni sulle responsabilità per il mancato soccorso delle motovedette della Guardia di Finanza e della Capitaneria, benché nella notte fossero stati allertati da alcuni pescatori.
Si ricorderà infatti che fu proprio Salvini, per non mollare la “carta migranti” che nei sondaggi del 2019 lo aveva convinto a chiedere i pieni poteri, a mettere da Ministro delle Infrastrutture le mani anche sulla Guardia Costiera incontrando, il giorno dopo il giuramento, l’ammiraglio Nicola Carlone, prendendosi la delega ai porti, agli sbarchi e all’immigrazione e dando precise indicazioni sui salvataggi in mare.
Un modo, nonostante ci fosse un nuovo ministro dell’Interno, di continuare ad occuparsi per interposta persona degli sbarchi. Fino a quando?
Le urne regionali e le elezioni di giugno per il nuovo Parlamento europeo – specialmente dopo l’ultima uscita di Salvini sulla scomparsa di Navalny – potrebbero procurare qualche amara sorpresa al duo “C…o e Camicia”! Papeete 2? Qualcuno, anche nella maggioranza, ci spera!
(PdA – 21 febbraio 2024)
Bossi boccia la Lega di estrema destra di Salvini
“Soffro a vedere la Lega ridotta così”. Avrà pure 82 anni, avrà pure il fisico fiaccato da un ictus che gli ha stroncato la carriera politica, ma il “j’accuse” nei confronti di Salvini dimostra che Umberto Bossi, figura storica e fondatore della Lega, è ancora lucido e non condivide affatto la strategia politica del vicepremier che ha impresso al Carroccio una pericolosa deriva alla estrema destra del partito di Giorgia Meloni, contrariamente alla visione originaria del Movimento.
“Tra la copia e l’originale”, si chiede l’anziano leader, “chi vuoi che la gente voti”? Ma il Senatur va oltre e rimprovera al “Capitone” lombardo l’innesto nel partito di figure che “non hanno nulla a che fare con la nostra storia”, sbagliando a “scegliersi i compagni di viaggio”.
Il riferimento, neppure troppo velato, sembra essere ai Verdini, padre e figlio, ma soprattutto a “quel generale lì…Vannacci” e al progetto per il Ponte sullo Stretto.
Effettivamente – azzoppato dal Papeete in poi – Salvini non si è più ripreso e di errori ne ha commessi. E forse anche prima: dal Conte 1 con i Cinque Stelle ai rapporti con la Russia. Come dimenticare quel post imbarazzante del 2015, poi rimosso, quando indossando una maglietta con la faccia di “Mad Vlad” proponeva di cedere “due Mattarella per mezzo Putin”?
Del resto, il legame mai negato della Lega di Salvini tra via Bellerio e il Cremlino è testimoniato anche dall’iniziale silenzio che in questi giorni ha accompagnato la notizia della morte “sospetta” di Alexei Navalny; salvo, da ultimi, accodarsi all’iniziativa di tutti gli altri partiti di un corteo in ricordo del dissidente russo anti Putin.
Per lo storico fondatore della Lega il Partito deve “ritornare alle origini” recuperando la sua originaria identità con la rappresentanza degli imprenditori del Nord.
Ad avviso dell’anziano, ma ancora lucido leader, Salvini ha sbagliato tutto non percependo che dopo la scomparsa di Berlusconi c’era nel panorama politico “uno spazio vuoto”, lasciato da Forza Italia, che “avrebbe dovuto riempire lui”. Altro che “guerreggiare” con la Premier!
Bossi, per ora, esclude scissioni ma lavora ad un “affiancamento propositivo” all’azione politica di Matteo Salvini che in questi anni, per velleità personali, ha snaturato il Bossi-pensiero. Di qui la possibilità di una lista autonoma, collaterale, alle elezioni europee, che includa storici esponenti del Carroccio non Salviniani e che freni la prevista emorragia di consensi. Poi si vedrà.
(PdA – 18 febbraio 2024)
