mercoledì, Aprile 29, 2026

Le “pietruzze”

Ma quando Lollobrigida sarà esonerato, come Mourinho?

Quando una squadra di calcio va male l’allenatore se ne va a casa e paga per tutti. Forse non è giusto, come è avvenuto per Mourinho. Ma è la regola. La stessa cosa dovrebbe avvenire per il Governo. Se un ministro incorre in ripetute gaffe, il Premier lo ringrazia e lo manda via.

E invece con Francesco Lollobrigida, che da ultimo ha deluso la gran parte degli agricoltori italiani, e non solo, questo non avviene. In sedici mesi, e non sono pochi, il ministro dell’Agricoltura non si è dimostrato all’altezza dell’incarico. E le sue dichiarazioni ed azioni hanno fatto il giro del mondo.

E pensare che, quando si è formato il governo, Giorgia Meloni non aveva avuto dubbi: al marito della sorella un dicastero di soldi e di rilevanza.

Perché? Diremmo per… amichettismo. Una parola che la Ducetta, o chi per lei (Fazzolari?), ha “coniato” per rispondere alle intemperanze delle Opposizioni che criticavano lo spoil system della Destra.

Un boomerang per la ragazzotta cresciuta e formatasi politicamente alla Garbatella, visto che chi di “amichettismo” colpisce, di “amichettismo” perisce. E Meloni non ne è esente.

Di Lollo abbiamo detto. Ma che dire della Santanchè che imperterrita resta al suo posto nonostante i guai giudiziari che la riguardano? E del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro che “non ha visto”, ad una festa dell’ultimo dell’anno, da chi è partito il colpo di pistola che ha ferito un parente della sua scorta.

Per tacere della vicenda che lo ha visto implicato nel caso Cospito, l’anarchico finito al 41 bis, e nel carteggio “riservato” servito a Donzelli per impostare nell’aula della Camera una polemica con le Sinistre.

Bene, questo Delmastro gode anche lui dell’“amichettismo” della Premier che ha deciso di querelare lo storico ottantunenne Luciano Canfora, uno dei più importanti intellettuali italiani, per aver espresso una sua opinione e di farsi rappresentare in Tribunale proprio da Delmastro.

A parte il cattivo gusto di “utilizzare” per una “sua” causa un sottosegretario alla Giustizia, la scelta di Delmastro la dice lunga sui “laudatores” di questa Destra. Possibile che la “sora” Giorgia non avesse di meglio? qualche principe del Foro? Per esempio, lo stesso ministro Nordio, che tutto il mondo giuridico ci invidia?

Sorge un dubbio: che la querela sia quella che a Napoli chiamano “ammuina” e che la Premier la utilizzi solo per un’azione intimidatoria.

Dopo i giornalisti, gli intellettuali. Non disturbare il… Manovratore in attesa che la mamma di tutte le riforme le dia finalmente tutti i poteri.

(PdA – 10 febbraio 2024)


È grave quasi un anno di silenzio del Governo sul caso Salis

A pochi mesi dalle elezioni europee la vicenda di Ilaria Salis ci dimostra il forte legame, ancora esistente, della Premier ieri con Vox, oggi con Orban, domani – chissà – con la Polonia. 

Infatti, fino a quando le immagini della maestrina in catene non sono uscite dai confini dell’Ungheria ed hanno fatto il giro del mondo Giorgia Meloni – che non poteva non sapere – è stata zitta ignorando la situazione carceraria e processuale di una connazionale, in violazione alle nostre leggi. Altro che “prima gli Italiani”!  L’ “amico” Viktor Orban non andava disturbato.

Eppure, la situazione era ben nota al governo. Ma solo in questi ultimi giorni la Premier è stata costretta – come ama dire – a “metterci la faccia”. E se la situazione, com’è auspicabile, avrà sbocchi positivi ecco i “cantori” della Ducetta pronti ad attribuirle il merito.

Merito di che? Di non aver seriamente allertato la nostra ambasciata a Budapest? Di aver abbandonato la Salis per quasi un anno nelle prigioni ungheresi senza alcuna assistenza? Con le cimici nel letto? Senza ricambi di biancheria intima e vestiti sporchi tenuti per 35 giorni? Senza carta igienica e senza assorbenti? Senza alcun rispetto umano?

Di tutta la vicenda è forse questo silenzio la cosa più grave. Più grave anche di aver visto la maestrina trascinata al guinzaglio in tribunale come un cane, mani e le caviglie bloccate da ceppi di cuoio con lucchetti, a prescindere da eventuali reati realmente commessi.

A nulla erano servite le denunce dei familiari. Solo ora, con il clamore di immagini che non possono essere contestate, tutti si sono mossi: il Presidente del Consiglio con Orban, Ignazio Benito La Russa ha incontrato il padre, si sono attivati i ministri Tajani e Nordio e si registrano commenti di esponenti della maggioranza finalmente indignati, se si esclude il… solito Salvini

Una vicenda orribile e indegna di un paese civile, che però ha un merito: aver dimostrato che televisioni e giornali, senza “bavagli”, servono ad informare ed a ricordarci che in Europa, ai nostri confini, esistono ancora Paesi, “democratici” solo a parole, con i quali la Destra di Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di rescindere legami ideologici.

(PdA – 3 febbraio 2024)     


Ma Giorgia Meloni lo sa chi era Enrico Mattei?

In crisi per il flop nella lotta agli immigrati – sulla quale ha giocato gran parte della campagna elettorale stravinta lo scorso anno –  Giorgia Meloni, o chi per lei, ha tirato fuori dal cilindro un nome che alla Destra dovrebbe far tremare le vene dei polsi: Enrico Mattei, “utilizzato” dalla Premier per lanciare un fantomatico piano per l’Africa.

Ma la Meloni sa chi è stato Enrico Mattei? Le hanno spiegato che cosa ha fatto e politicamente con chi si rapportava? Le hanno detto che parliamo di un grande partigiano, un combattente nella lotta al nazifascismo?

Le ricordiamo, se i “suoi” non lo hanno fatto, che Mattei è stato il fondatore dell’ENI e  – fortemente osteggiato dalla grande industria privata – l’“inventore” del Giorno la cui direzione affidò a Gaetano Baldacci, anch’egli  partigiano e  che aveva conosciuto durante gli anni della lotta clandestina.

E Meloni, che si riempie la bocca del nome di Mattei, sa che la Destra del dopoguerra, quindi anche il MSI di Giorgio Almirante, lo considerava un “corruttore” del Paese. Era nemico delle 7 sorelle, non proprio “amico” degli Usa e “più vicino” all’Unione Sovietica.

Sa, la Premier, che negli anni dal 1948 al 1953 Mattei è stato pure deputato della Democrazia Cristiana? Ed oggi, cinicamente, lo “santifica” nel nome di un “Piano per l’Africa” che, nato senza un’adeguata preparazione e condivisione con la UE e i paesi africani, rischia di tramutarsi nell’ennesimo flop. Né più né meno come è avvenuto per il blocco navale e la ricerca degli scafisti per tutto “l’orbe terracqueo”.               

Già allora l’aveva sparata grossa. Oggi, “volando” troppo vicino al sole, la Premier rischia di bruciarsi le ali e di stramazzare a terra.

In realtà, più che altro, quella presentata con tanta enfasi, sembra una grande operazione mediatica che l’Italia rischia di portare avanti “in solitaria” se non riuscirà – ma non è scontato – a coinvolgere, almeno “ex post”, l’Unione Euopea. E non sembra che le cose vadano bene, stando al freddo di alcune reazioni come quella dei francesi (non proprio “pizza e fichi”) che si riservano di capire di cosa si tratta.

Anche dall’Africa i giudizi sono per ora in gran parte di attesa. “Non siamo stati coinvolti”, ha detto polemicamente nel suo intervento al Senato il presidente dell’Unione africana, Moussa Faki. Quello vero, e non il personaggio imitato dai due comici russi e con il quale ad ottobre la Premier aveva conversato per mezz’ora non accorgendosi dello scherzo.

Ma con i commenti, ovviamente entusiasti e positivi, della “banda Meloni” stride l’assenza di diversi Paesi assai determinanti invece nello scacchiere africano. Hanno disertato, per esempio, i paesi del Sahel; mancano le delegazioni del Burkina Faso, del Mali, del Niger, del Gabon, della Liberia, del Sudan; ma soprattutto della Nigeria che conta 210 milioni di abitanti e con il suo presidente proprio in questi giorni in vacanza a Parigi. In tutto erano presenti meno della metà dei Capi di Stato.

Sono preoccupanti campanelli di allarme della fragilità di un Piano che ha sullo sfondo principalmente il problema dell’immigrazione e il disegno governativo di ridurre gli sbarchi, facendo di tutto per tenere gli africani a casa loro.

Riuscirà la “Vanna Marchi” delle televendite politiche (come qualcuno l’ha definita) a vincere la sfida?

(PdA – 30 gennaio 2024)

Autore

  • Giornalista parlamentare collabora con importanti media nazionali. In Parlamento per oltre 40 anni ha seguito la storia politica del Paese, dalla prima repubblica ad oggi. Ha ricoperto l'incarico di caposervizio all'agenzia giornalistica Asca per la quale successivamente ha diretto, come redattore capo, il servizio politico-parlamentare.

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