Le “pietruzze”
(PdA – 20 gennaio 2024)
Amato mette a nudo i “limiti” della Meloni
Ci sta che Giorgia Meloni non abbia capito l’intervista di Giuliano Amato, forse troppo…”Sottile” per lei, tanta la differenza anni luce tra i due. L’uno affermatosi in anni di studi nelle cattedre universitarie, in migliaia di pubblicazioni, considerato spesso una delle possibili “riserve della Repubblica”, due volte Ministro, giudice e presidente della Corte Costituzionale. L’altra, con un diploma di maturità linguistica, formatasi alla Garbatella nelle sezioni giovanili del MSI tra slogan tipo Dio, Patria e Famiglia, qualche nostalgico…balilla e l’esaltazione della violenza fisica tra gruppi antagonisti. E’ come pretendere che bambini delle Medie possano capire la Critica della ragion pura di Kant.
E ci sta che “il signor Presidente del Consiglio” – che ama indossare preferibilmente i pantaloni ed essere chiamata al maschile, benché donna – abbia reagito di pancia, com’è nel suo stile, invece che di testa.
Più grave, piuttosto, che nessuno dei suoi Consiglieri (dimmi con chi vai e ti dirò chi sei) abbia capito, e le abbia “tradotto”, il “vero” senso dell’intervista del prof. Amato evitandole di scivolare sulla Corte Costituzionale e mostrando così, nella specifica materia, una assoluta ignoranza istituzionale.
È vero che quest’anno la Corte dovrà essere integrata da quattro giudici di nomina parlamentare per la cui elezione occorre però una maggioranza qualificata. Il che significa che Meloni non potrà eleggere chi vuole, necessitando inevitabilmente anche del concerto delle Opposizioni. E questo, per esempio, nel suo intervento non è emerso.
Anche questa volta, comunque, come nelle annuali conferenze stampa dei precedenti Premier, si è trattato di un “rito” del tutto inutile, privo di quella che giornalisticamente si chiama “ciccia”. Solo domande spesso poco “ficcanti”, alcune forse…telefonate, e per risposte solo bla bla, bla, bene articolati ma con quasi nessuna notizia.
E questo perché è mancata – non per colpa della Meloni – la seconda ed anche la terza domanda, il “sale” del giornalismo, la possibilità, cioè, di approfondire la risposta dell’intervistato libero, in assenza della possibilità di replicare, di dire la “qualunque”.
Come ovviare? Con coraggio. Riducendo a 20/25 domande le domande dei giornalisti e tagliando il numero delle testate. Sempre i soliti cinque, sei giornali di tiratura nazionale, un solo Tg rai, uno Mediaset, La7 e Sky. E poi un sorteggio per gli altri. Chi resta fuori avrà la possibilità di rifarsi l’anno successivo.
Solo così l’intervista diventa appetibile, con domande e possibilità di ulteriori approfondimenti. Basti ricordare l’interesse degli ascoltatori per certe tribune politiche in bianco e nero dei primi anni Rai.
Con Giorgia Meloni, per esempio, ma anche con i predecessori, alcune affermazioni palesemente non vere sarebbero state smascherate.
Diversamente, Ordine dei Giornalisti e Stampa parlamentare continueranno ad essere complici di un rituale che riduce i giornalisti ad essere semplici comparse.
(PdA – 7 gennaio 2024)
Per crescere il PD deve offrire un futuro agli italiani
Ci sarà un motivo per cui il PD – Schlein o non Schlein – nei sondaggi non riesce a scrollarsi dal 19/20 per cento. E la spiegazione forse sta nella incapacità di indicare con chiarezza ai propri elettori, e anche ai possibili alleati, che cosa vuol fare e con chi, qual è il suo progetto-paese.
A giugno si vota per la futura Europa e il messaggio del Nazareno non può essere “per l’Europa progressista, moderna, ambientalista, femminista”. Un minestrone dove, senza fantasia, entrano anche temi presi in prestito da episodi di cronaca nera che hanno scosso le coscienze di molti cittadini ed hanno fatto rumore, ma che non possono diventare il manifesto di una competizione elettorale.
Lo slogan è banale. Serve a scuotere dal loro torpore i tanti che da anni non votano più? Luigi Granelli, più volte ministro e sottosegretario della DC, negli anni ’80, per giustificare i primi dati di disaffezione elettorale (si era intorno al 70 per cento) diceva che nei paesi moderni non si andava più a votare in massa. Non aveva, invece, capito il campanello di allarme di un’Italia che si stava allontanando dai partiti e quindi dalla politica!
E il PD di oggi ne è una conferma. Elly Schlein non è diventata segretario per il voto degli iscritti, che avevano scelto Bonaccini, ma con le Primarie dove una massa di cittadini senza tessera di partito e senza alcuna regola – se non una firma “distratta” su un ciclostilato di una trentina di righe e un contributo di 2 euro – una mattina si sono messi in fila davanti ai gazebo e hanno ribaltato il risultato della base.
Bene. Dove sono finiti questi elettori? Hanno preso la tessera del PD? Si sono impegnati nel dare un seguito agli appelli della “loro” Segretaria? Non sembra, visti i deludenti risultati dell’“estate militante” promossa dalla Schlein. Oppure anche loro – e sarebbe più grave – non hanno capito il suo messaggio.
La Chiesa dice: “Scherza con i fanti e lascia stare i santi”. Un monito che, girato sul profano, potrebbe riguardare quegli “orecchianti” della politica che una volta ogni tanto, tra un aperitivo domenicale e l’altro, non vanno a Messa ma pretendono di dire la loro sulla politica che non sembra ma è ancora una cosa seria. Dove erano questi signori – molti dei quali avevano votato alle primarie del PD – quando il 25 settembre 2022 si è votato per la Camera e il Senato con un astensionismo che ha toccato il picco del 40 per cento?
Lo sanno, questi signori dell’aperitivo domenicale alle Primarie, che la Destra ha vinto anche grazie al loro starsene a casa? “Anche” perché le opposizioni, egoiste e politicamente miopi, ci hanno messo del loro, presentandosi divise con le bandierine di appartenenza quando la Destra – messe per un giorno da parte le divisioni interne – si è presentata unita ed ha consentito a Giorgia Meloni di… stravincere. Per ora e, Salvini permettendo, per i prossimi anni.
Le Primarie hanno funzionato una sola volta con Prodi. E peraltro erano truccate. Quindi o le si strutturano una volta per tutte con regole precise o è meglio tornare ai Partiti, riaprendo le sezioni e selezionando le future classi politiche. Non è un tornare indietro ma un modo per evitare di portare in Parlamento degli “scappati di casa” senza arte né parte. È quello che Elly Schlein dovrebbe fare parlandone a fine settimana con politici del calibro di Romano Prodi, Enrico Letta e Paolo Gentiloni. Inutile parlare di Europa se prima non si ristruttura un PD che non c’è.
In questo modo avrebbe un senso aver rifiutato il confronto di Atreju con Giorgia Meloni
(PdA – 11 dicembre 2023)
Si tenta di ridurre a passacarte giudici e Capo dello Stato
Molte le promesse fatte dalla coalizione di Destra, prima del voto, per raccattare consenso, quasi nessuna mantenuta. Ma soprattutto due le riforme che hanno il solo obiettivo di accentrare nel Governo tutti i poteri: la giustizia e premierato. In realtà, a quest’ultima si è arrivati dopo aver constatato che la gente ama Mattarella e non vorrebbe rinunciare al suo ruolo di garanzia.
Un “affronto” per Giorgia Meloni che ogni mattina – come nello specchio della strega di Biancaneve – si interroga sul suo consenso. La Premier, che non è stupida, studia allora il modo di liberarsi dell’ “incomodo” Sergio con un’astuzia: non dimettendolo, ma spingendolo a lasciare spontaneamente il Colle.
Ed ecco che convoca riservatamente Maria Elisabetta Alberti Casellati (che protestò a Milano contro i giudici di Mani Pulite e in Parlamento votò per Ruby nipote di Mubarak, sempre lei) e le chiede di “confezionarle” una riforma ad hoc che – senza farlo apparire al popolo bue – riduca di fatto il ruolo di Mattarella a quello di tagliare nastri e salire due volte all’anno al Vittoriano per rendere onore ai caduti. Insomma, un passacarte senza poteri che si limiti a ratificare le decisioni della sora Giorgia. Sempre che, autonomamente, non decida di togliere Lui il disturbo. Per lasciarlo, eventualmente, proprio alla Casellati. Tanto quell’incarico non conterebbe più nulla ma a Lei… andrebbe ugualmente bene.
L’idea del passacarte è un ruolo che frulla nella testa di questa Destra innamorata da sempre dell’uomo solo, o la donna, al comando: per il Quirinale ma anche per la Giustizia. Ed ecco che il ministro Nordio ci sta pensando: ridurre i magistrati a pavidi passacarte, come denuncia il nuovo procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, secondo il quale “nessuna delle norme approvate possono essere utili a migliorare la giustizia”.
In particolare, il neo Procuratore è molto critico con l’intenzione di limitare le intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione e sulla separazione delle carriere che è, sostiene, “l’anticamera della sottoposizione del PM all’Esecutivo”.
Per fortuna, è invece saltata la norma di introdurre test psicoattitudinali per l’ingresso in magistratura. Si dice per il timore che qualcuno potesse proporre analogo “congegno” per… l’elezione di deputati e senatori.
Sì, che se ne vedrebbero delle belle!!!
(PdA – 5 dicembre 2023)
Premierato: per Meloni Cristo è morto di freddo
“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Era il 28 febbraio 1978 quando Aldo Moro pronunciò queste parole profetiche ai gruppi parlamentari della DC poco prima di essere rapito dalle Brigate Rosse. Ed i fatti purtroppo, come era nelle previsioni, gli hanno dato ragione. Ma difficilmente – azzardo – avrebbe immaginato la confusione in cui è caduta l’Italia. È come se la maionese, priva di mani esperte, fosse impazzita. Viviamo una stagione di slogan, di frasi fatte, con nessuna visione prospettica.
E così, tra un volo di Stato e l’altro, Giorgia Meloni indica nel premierato la panacea di tutti gli “italici” mali. Ma così non è. Gli italiani si accorgono al supermercato di essere sempre più poveri ma i vertici dei partiti, sapendo di mentire, dicono che la povertà è solo percepita. Scuola e Sanità sono sempre più in crisi ma non si intravedono soluzioni all’orizzonte. Due guerre insanguinano l’Europa ma la Destra ci divide in buoni e cattivi. Il Presidente del Consiglio incontra a Belgrado i vertici della Serbia smaniosa di entrare in Europa ma Salvini “ciuetta” a Firenze con gli “amici patrioti” contrari a “questa” UE. Dulcis in fundo, Il generale Vannacci – che per tutta l’estate ci ha ammorbato con le sue tesi omofobe e razziste ottenendo la solidarietà di Matteo Salvini – viene nominato capo di Stato Maggiore delle forze operative terrestri, ma il ministro Crosetto dice che non è una promozione.
Come si vede, gli ingredienti per una buona maionese ci sono tutti: uova, olio e limone. Solo che, in assenza di un bravo chef, la maionese impazzisce.
Prendiamo il premierato. Giorgia Meloni deve capire che gli italiani non sono tutti come gli iscritti al suo partito ai quali raccontare qualsiasi panzana, anche far credere che Gesù Cristo è morto di freddo! Vuole “questo” premierato? Bene. S’ingegni per portarlo a casa ma non dica che il testo “apparecchiatole” dalla Casellati non riduce gli attuali poteri del Capo dello Stato.
Perché non è vero. Libera la Premier di presentarla come la “riforma delle riforme” ma fior di costituzionalisti giudicano il progetto approssimativo, pasticciato, lontano dagli standard europei. Buon ultimo, ma non per importanza, Gianni Letta che per decenni è stato il braccio destro di Silvio Berlusconi, l’eminenza grigia di Forza Italia, e che considera la riforma lesiva delle prerogative del Capo dello Stato. “Perché – spiega – la forza che ti deriva dall’investitura popolare è certamente maggiore di quella che deriva dal Parlamento”. Ma è questo il vero obiettivo di Giorgia Meloni: costringere Mattarella alle dimissioni!
Con buona pace di Tajani, che da quando è scomparso Berlusconi, vede nella Meloni il suo unico punto di riferimento e quindi sposa acriticamente il testo giunto in Parlamento.
Ma siamo sicuri che – vivo il Cavaliere – il premierato della Meloni avrebbe avuto la stessa impostazione e il “Miracolato” di Forza Italia avrebbe “osato” prendere le distanze da Gianni Letta?
Suscita tenerezza, per non dire altro, il tentativo di Maria Elisabetta Alberti Casellati di dire che le critiche di Gianni Letta sarebbero state travisate. Attenzione: parliamo di una parlamentare che davanti al palazzo di giustizia di Milano manifestò contro i magistrati e in Parlamento, senza vergogna alcuna, votò per Ruby nipote di Mubarak. Perché meravigliarsi?
A Napoli, su Tajani e l’Alberti Casellati, si direbbe…“tengo famiglia!”. Le elezioni infatti sono sempre dietro l’angolo ed oggi la conferma o meno di uno scranno parlamentare dipende solo dalla ragazzotta
La realtà è che la riforma è lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica e la lesione sta nel fatto che le due cariche sono oggi ambedue elettive del Parlamento e quindi hanno pari legittimazione. Domani, con l’elezione diretta del Premier, questa parità salterebbe. Altro che – come sostiene Vladimiro Zagrebelsky – “l’inganno di una narrazione frutto di analfabetismo costituzionale, di superficialità oppure di una precisa cultura politica antisistema”.
E su questo, ma solo su questo, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono maestri, veri incantatori di serpenti!
(PdA – 4 dicembre 2023)
Expo: qualche “bauscia” ha gioito per il tonfo di Roma
Non c’è la prova ma il sospetto esiste. La sconfitta di Roma per l’Expo 2030 ha fatto sorridere qualche Bauscia del Nord, trasferitosi per impegni di governo nella Capitale, ed è mancato un maggiore impegno di Palazzo Chigi, nonostante gli allarmi lanciati in estate. Forse non sarà stato determinante ma se ci fosse stato…
Come dimenticare che la Meloni, proprio nel discorso di insediamento, aveva promesso tutto il suo appoggio per conquistare il consenso necessario? Una promessa tradita, come molte altre, e con l’aggravante di non averci messo neppure la faccia al punto di non essere andata a Parigi per la spinta finale. Ci diranno che, poverina, aveva ben altro da fare… Una diserzione alla quale si sono disinvoltamente associati il ministro degli esteri Tajani e il Governatore del Lazio Rocca.
E come dimenticare il suo ex capo ufficio stampa Mario Sechi che ci raccontava la favola, solo l’8 ottobre, che i capi di Stato fanno a gara per parlarle perché finalmente l’Italia conta. Lo si è visto: terzi dietro addirittura a Busan che pure quelli bravi in geografia non sanno dove sia. E perché, tra coloro che non ci hanno votato ci sono anche l’Albania e la Tunisia, paesi con i quali intratteniamo – ci dicono – ottimi rapporti?
Eppure la Premier, quando parla, porta evidenti i segni “distintivi” della Garbatella e solo i sordi non se ne accorgono. Ma c’è un problema: non può non tenere conto degli “appetiti” del segretario leghista che le fa una guerra sotterranea e guarda solo al Nord. A parte il Ponte sullo Stretto che – lui per primo – sa che non si farà.
E’ un fatto che passare tutti questi anni, fino al 2030, con Roma che si sarebbe apprestata ad ospitare l’Esposizione sarebbe potuto essere indigesto per la politica sovranista di Matteo Salvini, in vista anche delle europee di giugno e dell’iter parlamentare dell’autonomia differenziata.
Ma i guai per la Capitale non finiscono qui. Nella manovra finanziaria in discussione al Senato tante promesse sono state disattese, in particolare per i trasporti nonostante il Ministro, sempre Salvini, avesse garantito il rifinanziamento delle infrastrutture.
Ma non è così. Le opere per collegare Vigna Clara a Tor di Quinto, per esempio, sono state cancellate dal PNRR e i relativi soldi hanno preso la strada del Nord. Quindi, nessuna “rimodulazione delle risorse”. E questo nonostante proprio Salvini avesse assicurato che “nessuna opera era stata definanziata”, rimandando alla legge di bilancio. Dove però – alla faccia della parola di Ministro – le risorse non sono state stanziate.
E poi c’è un altro elemento che ha giocato a favore del disinteresse della Premier e dei suoi Vice. In caso di successo la macchina organizzativa sarebbe stata guidata da quel “rosso” di Gualtieri che non avrebbe esitato a ricandidarsi per un secondo mandato.
E così, addio triplete: Governo, Regione, Comune. Tutti con il “nero” della Destra
Troppo per un Governo eccessivamente ideologizzato e che divide il Paese in buoni e cattivi. Per Meloni e Salvini, tutto sommato, meglio così. La Premier ha meno problemi e il segretario della Lega castiga la Capitale, anche se forse alla fine la “pecunia” saudita avrebbe comunque fatto la differenza, come sa bene l’altro Matteo, Renzi. Ma è mancato l’impegno governativo. E questo fa male! Forse avremmo evitato di essere superati dalla Corea del Sud e ce la saremmo potuta giocare al ballottaggio.
(PdA – 2 dicembre 2023)
Meloni poteva essere l’erede della Merkel, e invece…
Giorgia Meloni non è certamente stupida ma non ha avuto … coraggio. Appena entrata a Palazzo Chigi la Premier ha capito subito che, soprattutto con il nostro debito pubblico, le carte da giocare non erano buone e che, per farsi accettare, avrebbe dovuto cambiare registro rispetto alle cose dette in campagna elettorale, ed anche prima dai banchi dell’opposizione. In questo aiutata dalla moral suasion del Colle e dai preziosi consigli di Mario Draghi.
E le cose all’inizio, anche al “tavolo dei Grandi” che ha subito cominciato a frequentare, non sono andate male. Tanto che qualcuno vi vedeva una possibile erede di Angela Merkel. Ma così non è stato.
Certo nessuno dimenticava le “sparate” degli anni precedenti contro l’Europa, la richiesta di uscire dall’euro, l’amicizia con Orban e Morawiecki, il legame con Vox, il “tifo” per Trump. Un “bagaglio” davvero ingombrante che Meloni ha in parte messo da parte difendendo l’Europa e l’euro, allacciando rapporti con Biden, schierandosi con l’Ucraina e “frenando” con Polonia e Ungheria. Non poco!
Un cambio di registro “silenzioso”, quasi a non farsene accorgere. E questo è stato l’errore che ha consentito al PD, ai Cinque Stelle e alle altre opposizioni di rinfacciarle, ogni tre per due, le vecchie posizioni. In particolare, sull’euro e sull’Europa.
Meloni avrebbe dovuto avere più coraggio, convocare una conferenza stampa ad hoc e ammettere che un conto è fare la voce grossa quando si è fuori dal governo e ben più difficile, soprattutto se non si hanno soldi, è misurarsi ogni giorno con i problemi del Paese.
Avrebbe dovuto fare con umiltà un mea culpa, una “operazione verità” che gli italiani avrebbero apprezzato.
Non lo ha fatto, sostanzialmente per tre motivi: per paura di perdere nel partito una parte di consenso, per non regalare a Salvini una manciata di voti o forse perché è ancora intimamente convinta delle tesi che sosteneva quando Palazzo Chigi per lei era solo un miraggio.
Ma questo le impedisce di avere un ruolo “forte” in Europa e di essere una vera leader, relegandola a quello di segretaria di una forza politica, ancora giovane, che il referendum istituzionale potrebbe riportare all’opposizione.
Renzi… docet! Aveva il 40 per cento ed ora naviga su di un gommocino di reduci che da un momento all’altro potrebbe naufragare.
(PdA – 29 novembre 2023)
