Le “pietruzze”
Squittii di tromba a Camera e Senato
“S’ode a destra uno squillo di tromba; a sinistra risponde uno squillo”. Alessandro Manzoni, nello scrivere “Il Conte di Carmagnola”, non aveva previsto – come sta invece avvenendo ora – che allo squillo di Destra rispondesse un altro squillo, ma sempre di Destra.
È quello che sta avvenendo nei Palazzi della Politica dove due “rampanti” personaggi del postfascismo, Fabio Rampelli e Ignazio Benito La Russa (sì, proprio la seconda carica dello Stato) non hanno di meglio da fare che rubarsi la scena.
Il primo, uno dei vicepresidenti della Camera dei deputati, non vuole il quadro di Napoleone davanti al suo studio. E quindi solerti funzionari sono impegnati a trovare per il dipinto di Andrea Appiani (il pittore) un’altra sistemazione, sempre che alla fine Rampelli non riesca a rispedirlo nei magazzini. “Napoleone depredò l’Italia di immensi tesori… Mi infastidisce che sia appeso nel Palazzo che rappresenta il tempio della sovranità nazionale”.
Allo “squillo” di Rampelli risponde, con altra motivazione ma sempre da destra, il Presidente del Senato che critica la figlia dell’ex Procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, che non vuole l’iscrizione di Silvio Berlusconi accanto a quella del Padre nel Cimitero Monumentale di Milano fra i nomi dei cittadini illustri.
Qualcuno direbbe: “Con tutti i problemi del Paese…. “. Sì, Rampelli e La Russa hanno il tempo di occuparsi anche di questo. O, meglio, solo di questo.
(PdA – 7 ottobre 2023)
E poi chissà perché sono sempre di meno gli italiani che votano!
Porte aperte alla Sanità privata, per la pubblica, invece…
Nel Lazio, come nel governo nazionale, vita difficile per la sanità pubblica. A Roma, per esempio, si sta prefigurando la chiusura di uno storico Centro per la prevenzione del tumore al seno: quello in corso Vittorio Emanuele di Palazzo Baleani, sede distaccata del Policlinico Umberto I.
Motivo? Senza la presenza di almeno due oncologi la struttura, un centro di eccellenza nella lotta ai tumori del seno, è destinata a chiudere. Ebbene, a fine luglio è andata in pensione un’oncologa per cui è rimasta solo la professoressa Maria Luisa Basile, responsabile del Centro, e un radiologo. Pochi perché una struttura, che funge da pronto soccorso dove le donne che manifestano sintomi (circa 30 al giorno) possano accedervi senza appuntamento e senza alcuna prenotazione, essere visitate ed essere diagnosticate. E si sa quanto la tempestività della diagnosi sia di vitale importanza!
Ma nel resto della città le cose non vanno meglio. “Lavorerò per riportare la sanità vicino ai cittadini”, aveva promesso il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Ad oggi, fatti? Zero. Per un’ecografia al seno, se tutto va bene, bisogna aspettare almeno 120 giorni: per l’addome, 225. Solo due esempi ma che testimoniano come la Destra non sia riuscita ancora a risolvere il problema delle lunghe attese costringendo migliaia di cittadini a mettere mano al portafogli per recarsi in strutture private e, chi non se lo può permettere, a rinunciare.
“Liste di attesa giù in 12 mesi”, aveva annunciato sempre il Governatore per raccogliere consensi. Ha ancora cinque mesi di tempo per mantenere l’impegno. Speriamo che non segua l’esempio del governo nazionale che si è dato cinque anni per attuare il programma elettorale!
(PdA – 27 settembre 2023)
Meloni e Schlein, due novità ma anche due flop
Giorgia Meloni urla: “sono una madre, sono cristiana e nessuno può togliermelo”. Elly Schlein le replica: “sono una donna, amo un’altra donna e non sono una madre. Ma non per questo sono meno donna”.
Due modelli diversi e opposti di donne che sono riuscite ad occupare posti-chiave in Italia, da sempre appannaggio degli uomini. La ragazzotta, cresciuta e formatasi nella periferia romana, è la prima donna premier – e per giunta di destra – “regina” indiscussa di Palazzo Chigi, tosta, decisa e diretta. La seconda, nata a Lugano da madre italiana e padre americano, è stata eletta nella primavera di quest’anno alla segreteria del maggiore partito di opposizione, il PD, con i gazebo delle Primarie che hanno ribaltato gli orientamenti degli iscritti.
Intelligente ma verbalmente indisciplinata per usare un eufemismo, con un modo di parlare dotto ma involuto e affatto chiaro, la Schelin appare indifferente – contrariamente alla Premier – alle curve di ascolti, ai giornali e alle televisioni che frequenta con molta parsimonia. Ha detto no a Monica Maggioni per “In mezz’ora” e al nuovo programma di Francesca Fagnani, solo per fare qualche esempio. Nessun “diario” e scarso interesse per i TG, invece saldamente in mano alla Destra che in un anno ha occupato ogni possibile spazio mediatico, economico e culturale con l’ambizione di “riscrivere” la storia del Paese.
Due donne quindi, anche nella comunicazione, molto diverse ma politicamente anche due flop: la Meloni dopo i primi mesi che promettevano bene, la Schlein da subito.
Con una differenza non di poco conto. La prima governa, o dovrebbe governare, il Paese. E quindi i suoi errori se ce ne sono – e ce ne sono – ricadono inevitabilmente su tutti noi. La Segretaria del PD invece, per ora, non ha di queste responsabilità. Nessuno le contesta la bontà di un progetto che punta a “ripulire” il Partito e che fa a meno di correnti, caminetti e capibastone, ma occorre tempo e le europee – sulle quali verrà misurata – sono però dietro l’angolo.
L’altro problema che la segretaria del PD sembra trascurare è che il Partito è nato dall’incontro di due “famiglie”, i DS e i centristi della Margherita; e degli uni, ma anche degli altri, si deve far carico. Altrimenti non schioda dal 20 per cento dei sondaggi con il rischio di farsi superare da Giuseppe Conte e di lasciare alla Meloni, che comunque si sta dimostrando inadeguata, un’autostrada di consensi.
Ma anche la Premier ha i suoi problemi: la “concorrenza” a destra dell’alleato Matteo Salvini, che soffre la premiership al femminile, e le cose dette durante gli anni di opposizione, oltre alle promesse elettorali lasciate a mezz’aria, che le si stanno rivolgendo contro come un boomerang. Lo stop all’immigrazione non c’è stato, le accise non sono state tolte, il blocco navale non è praticabile. In compenso si moltiplicano le gaffe dei suoi che lei tutela ad oltranza ai limiti dell’indifendibile, gli svarioni, il familismo, le contraddizioni tra l’abbraccio a Viktor Orban e le strette di mano con Ursula Von Der Leyen. Ed una serie di misure draconiane annunciate e poi largamente rimaneggiate.
Basti ricordare tra i primi atti del governo il decreto contro i rave party, poi rivisto e corretto, che in teoria avrebbe sanzionato con la galera anche le feste dei boy-scout. Ma anche, di recente, i voli low cost e gli extraprofitti delle banche: una lunga serie di provvedimenti scritti male, in fretta e furia, sull’onda emotiva degli accadimenti, ma poi modificati dopo le proteste. In definitiva un governo che “non fa” ma che va avanti per slogan e denuncia complotti e regie antitaliane.
Quello che la Premier non si è fatto mancare sono stati i viaggi all’estero (40 in soli 12 mesi) e certamente non per dare la caccia agli scafisti per tutto “l’orbe terraqueo” che di lei e delle sue minacce se ne fregano.
Ed anche qui troviamo l’ennesima “conversione” di Giorgia Meloni da quando è entrata a Palazzo Chigi: euroscettica, prima firmataria del ddl per cancellare dalla Costituzione il vincolo ai trattati europei ed ora Presidente del Consiglio in “armonia” con le istituzioni europee. Anche per liberarsi del peccato originale del trumpismo e volare a New York e farsi fotografare mani nelle mani di Joe Biden.
Cosa non si fa per restare a… galla! La sua fortuna sta in un’opposizione che stenta a trovare un percorso comune e che, direbbero i meteorologi, “non è pervenuta”. Almeno fino ad ora… (PdA – 24 settembre 2024)
Meloni peggio dei predecessori che ha criticato
“Pensavo fosse amore…invece era un calesse”. Come nella commedia di Massimo Troisi, Giorgia Meloni ci si era appalesata come una leader, come la possibile erede europea di Angela Merkel. E invece…
La “ragazzotta”, cresciuta e formatasi alla Garbatella, aveva allora appena 14 anni, non sappiamo se abbia visto il film ma sappiamo, come ci ha raccontato lei stessa in due libri e nelle interviste che in quest’anno si sono sprecate, che stava per affacciarsi alla politica.
Il film di Troisi è infatti del 1991 e l’anno dopo vengono uccisi Falcone e Borsellino. Nasce da quel dramma, nella giovanissima Meloni, la decisione di “darsi” alla politica: nelle file giovanili del MSI prima, di An dopo, per fondare successivamente, con un “manipolo” di fedelissimi, Fratelli d’Italia. Entra in Parlamento a soli 29 anni e due anni dopo Silvio Berlusconi la vuole come Ministro per la gioventù.
Anni di “solitudine” politica, forse di studio, e di dura opposizione nelle aule parlamentari “baloccandosi” intorno al 4 per cento. Poi l’exploit alle ultime politiche, e la troviamo da un anno a Palazzo Chigi, sempre circondata dal solito “manipolo” di fedelissimi, prima donna Premier nella storia italiana. “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” è stato lo slogan elettorale vincente.
Dal film di Troisi sono passati 31 anni e in Italia – dopo la stagione del berlusconismo, le “meteore” dei Di Maio e Salvini, i due governi Conte, il covid e il biennio di Draghi – ci eravamo illusi di aver trovato una leader. E invece… si sta dimostrando come quelli che l’hanno preceduta. Anzi, peggio! Una “politicante” allevata in batteria che, dopo un promettente avvio sulla scia di un vero leader come Mario Draghi, sta mostrando tutti i limiti dei politici della cosiddetta Seconda Repubblica: solo parole infarcite di tanti “farò” e zero fatti. Con un’aggravante: nulla di quanto promesso in campagna elettorale è stato fatto.
Lasciamo stare i migranti per i quali i numeri parlano da soli e dimostrano l’incapacità, anche del governo Meloni, di affrontare e risolvere il problema. Ma su tutto il resto è un “rosario” di fallimenti.
La produzione industriale e l’occupazione sono in calo, solo per fare qualche esempio. Il costo della benzina è fuori controllo, la sanità pubblica è al collasso, i balneari continuano a fare il buono e cattivo tempo, la scuola anche quest’anno ha aperto senza insegnanti, le bollette e i voli sono sempre più cari, la povertà ha colpito anche la borghesia.
E durante l’estate, invece di occuparsi di queste esigenze vitali, si è parlato del generale Vannacci, dei poveri che mangiano meglio dei ricchi, della sostituzione etnica, dei parenti della Premier che sarebbero… penalizzati dalla parentela con la Meloni.
Tutti temi che hanno nascosto i più drammatici problemi di un Paese che non cresce e che ci restituiscono un Presidente del Consiglio in linea con chi l’ha preceduta. Anzi, peggio! Prona agli Stati Uniti, abbracciata al sovranista Orban, di nuovo in polemica con i vertici europei e a rischio isolamento.
Pensavamo di aver trovato una leader, invece… (PdA – 16 settembre 2023)
