Viaggio dentro la Food Forest: il bosco che nutre
Si sta diffondendo nel mondo un nuovo modo di coltivare che imita la natura e costruisce comunità. Vediamo come funziona nella nostra intervista all’esperto Paolo Biagiola
C’era una volta un bosco: un luogo di passeggiate lente, di picnic improvvisati, di silenzi interrotti solo dal frusciare delle foglie e dal passo degli animali. Un habitat che osservavamo da spettatori, senza immaginare che potesse diventare qualcosa di più.
Oggi, invece, quel bosco può trasformarsi in un ecosistema progettato con cura, capace non solo di ospitare vita, ma anche di produrre frutta, foglie commestibili, fiori, radici, erbe utili, legna e benessere.
Può sembrare un’idea utopica e invece è semplicemente il risultato di una buona progettazione, di una conoscenza profonda dei processi naturali e di un nuovo modo di pensare l’agricoltura.
Le food forests, o foreste commestibili, sono questo: la prova vivente che la natura, se accompagnata con intelligenza, può diventare una straordinaria alleata nella creazione di paesaggi produttivi, resilienti e sostenibili. Per scoprirne di più i segreti abbiamo intervistato un esperto, Paolo Biagiola, che collabora con l’Università della Tuscia proprio su questo tema.
Partiamo da qui: che cos’è davvero una food forest?
«Una food forest è un sistema agricolo che si ispira al funzionamento di un bosco naturale: diversificato, ricco, stabile e capace di rigenerarsi. Dentro convivono alberi da frutto, arbusti, erbe medicinali e aromatiche, piante perenni, ortaggi e bacche, tutti organizzati in più strati come in una foresta.
A differenza dell’agricoltura tradizionale — basata su poche colture in monocoltura — qui ogni pianta è parte di un unico ecosistema che coopera, non compete. È un sistema permanente, policolturale ed estremamente efficiente nell’uso delle risorse: acqua, luce, nutrienti.
In pratica, è un “giardino dell’abbondanza” che, anno dopo anno, diventa più resiliente, fertile e autonomo, mentre richiede sempre meno lavoro umano».


Quali benefici porta una food forest? Non solo cibo, giusto?
«Esatto: la produzione di cibo è solo uno dei tanti vantaggi. Una food forest genera soprattutto servizi ecosistemici, ossia benefici che un ambiente naturale offre spontaneamente.
Tra questi:
- Biodiversità elevatissima, sia vegetale che animale.
- Assorbimento della CO₂ e mitigazione del cambiamento climatico.
- Suolo vivo e fertile, grazie alla copertura vegetale continua e alla pacciamatura.
- Conservazione dell’acqua: il terreno trattiene umidità e migliora la qualità delle acque.
- Riduzione degli input esterni: meno fertilizzanti, quasi zero irrigazione a regime.
- Habitat per impollinatori e fauna utile.
E poi ci sono i vantaggi sociali:
- Più sovranità alimentare grazie a un cibo vario e sano.
- Benessere per chi vive e fruisce questi spazi.
- Opportunità economiche, anche per categorie fragili.
- Coesione comunitaria attraverso formazione, partecipazione e condivisione.
Una food forest matura diventa un luogo produttivo che si regge quasi da sé, riducendo drasticamente la necessità di interventi umani».


Esistono food forest già funzionanti? Cosa ci insegnano questi esempi?
«Sì, e sono sempre più numerose. In Italia, ad esempio, a Cerveteri c’è “L’Asino e la Luna”, dove sono stati rigenerati suoli abbandonati trasformandoli in un ecosistema sano, produttivo e socialmente utile; a Parma la “Picasso Food Forest”, con oltre 200 specie vegetali in un’area urbana di quartiere. Oggi è un punto di riferimento per biodiversità, aggregazione e sostenibilità.
All’estero ne sono un esempio la “Beacon Food Forest” a New York), una grande foresta urbana commestibile nata su un’area trascurata, gestita con il coinvolgimento diretto della comunità; o in Inghilterra la food forest di Robert Hart considerata il modello pionieristico europeo, che ne ha dimostrato la fattibilità in clima temperato.
Questi esempi mostrano come le food forest possano essere integrate in contesti sia rurali che urbani, diventando motori ecologici e sociali».
Con l’Università della Tuscia state portando avanti un progetto di ricerca. In cosa consiste?
«In collaborazione con il DIBAF (Dipartimento per la Innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali dell’Unitus) e il DEIM (Dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa), stiamo sviluppando un progetto che studia la food forest su due piani: ambientale, relativo a fertilità del suolo, biomassa, biodiversità, ciclo dell’acqua, sequestro della CO₂; ed economico, dalla messa a dimora alla produzione, valutiamo costi, resa e potenziale “premium price” dei prodotti.
Il nostro obiettivo è avere dati solidi che permettano un confronto chiaro con l’agricoltura tradizionale a monocoltura, per dimostrare l’efficacia e la competitività della food forest».
Quali sono le principali sfide? E come possono istituzioni e società civile favorire lo sviluppo delle food forest?

«La sfida principale è culturale: siamo ancora legati all’idea che solo la monocoltura sia “vera agricoltura”. Accettare che un sistema più complesso possa essere competitivo è un passaggio che richiede tempo e informazione.
Per questo serve un’azione coordinata:
- La ricerca deve fare da apripista con dati e valutazioni comparative.
- Le istituzioni devono riconoscere ufficialmente le food forest come pratica agricola sostenibile.
- Incentivi e sostegni economici possono favorire la nascita di nuovi progetti.
- Formazione e divulgazione devono raggiungere tecnici, agricoltori, cittadini.
- I consumatori, infine, possono sostenere il modello chiedendo prodotti provenienti da sistemi agro forestali».
Le parole di Paolo Biagiola ci restituiscono un’immagine chiara: la food forest non è un esperimento marginale, ma un modello agricolo maturo, capace di coniugare ecologia, economia e qualità della vita.
È un sistema che custodisce biodiversità, protegge il suolo, riduce le emissioni, crea cibo sano e offre spazi di comunità. Ma, soprattutto, è un modo per riportare la natura al centro dell’agricoltura senza rinunciare alla produttività.
Ringraziamo Paolo Biagiola per aver condiviso con noi conoscenze e visione: il suo contributo ci aiuta a comprendere come le food forest possano diventare uno dei paesaggi più promettenti del nostro futuro.
