Il mondo brucia anche per El Niño
Caldo estremo, incendi, siccità e piogge intense: il ritorno di El Niño si somma agli effetti del cambiamento climatico, rendendo gli eventi estremi sempre più frequenti e difficili da gestire.
L’estate del 2026 sta riportando al centro del dibattito internazionale un nome che ricorre sempre più spesso quando si parla di clima: El Niño. Ondate di calore, incendi sempre più estesi, raccolti compromessi e prezzi delle materie prime in aumento sembrano avere un denominatore comune. Ma quanto incide davvero questo fenomeno? E perché oggi se ne parla con tanta preoccupazione?
Negli ultimi anni gli scienziati hanno iniziato a utilizzare sempre più frequentemente l’espressione “super El Niño”, riservata agli episodi più intensi registrati negli ultimi decenni, come quelli del 1982-83, del 1997-98 e del 2015-16. Non si tratta di un fenomeno diverso, ma di eventi eccezionalmente forti, capaci di modificare il clima dell’intero pianeta per molti mesi.
Il meccanismo è noto: il riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale altera la circolazione atmosferica globale. Alcune aree ricevono precipitazioni eccezionali, altre affrontano lunghi periodi di siccità. In un pianeta già più caldo di circa 1,3 °C rispetto all’epoca preindustriale, questi effetti finiscono però per sommarsi al cambiamento climatico, amplificandone le conseguenze.
Le immagini degli incendi che stanno interessando il Mediterraneo, il Canada e parte degli Stati Uniti raccontano bene questo scenario. Temperature elevate, vegetazione secca e venti favorevoli trasformano vaste aree boschive in un combustibile pronto a incendiarsi. Il risultato è una stagione sempre più lunga degli incendi, con danni ambientali, economici e sanitari enormi.
Gli effetti non si fermano ai boschi. L’agricoltura mondiale è uno dei settori più esposti. El Niño può compromettere raccolti fondamentali per l’economia globale: il cacao dell’Africa occidentale, il caffè di Brasile e Vietnam, il riso del Sud-est asiatico, il grano australiano, la canna da zucchero e numerose colture tropicali. Quando la produzione diminuisce, aumentano i prezzi internazionali delle materie prime, con ripercussioni che arrivano fino ai consumatori europei.
Negli ultimi anni il mercato del cacao rappresenta uno degli esempi più evidenti. Le condizioni climatiche estreme, unite a malattie delle colture e problemi strutturali nelle principali aree di produzione, hanno fatto registrare forti aumenti dei prezzi, incidendo sull’intera filiera alimentare. Lo stesso vale per il caffè, la cui produzione risente sia delle alte temperature sia delle precipitazioni irregolari.
Anche l’Europa, pur non essendo direttamente interessata dal fenomeno nel Pacifico, ne subisce gli effetti. Siccità, ondate di calore e disponibilità idrica sempre più ridotta mettono sotto pressione il settore agricolo mediterraneo, mentre gli eventi estremi richiedono investimenti crescenti nella prevenzione e nella protezione civile.
Per questo motivo l’Unione europea sta rafforzando le proprie politiche di adattamento climatico. La Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici punta a rendere territori e infrastrutture più resilienti, mentre il Meccanismo europeo di Protezione Civile e la riserva rescEU sono stati potenziati proprio per rispondere a incendi boschivi, alluvioni ed emergenze sempre più frequenti. Parallelamente, il Green Deal europeo, la Legge europea sul clima e il programma Nature Restoration mirano a ridurre le emissioni, proteggere gli ecosistemi e aumentare la capacità del territorio di resistere agli eventi estremi.
L’obiettivo, infatti, non è fermare El Niño, impossibile perché si tratta di un fenomeno naturale, ma ridurne gli effetti attraverso una migliore pianificazione, sistemi di allerta più efficaci, gestione sostenibile delle foreste e delle risorse idriche, agricoltura resiliente e una maggiore cooperazione internazionale.
El Niño è sempre esistito, ma oggi agisce in un contesto climatico profondamente diverso. È questa combinazione tra variabilità naturale e riscaldamento globale a rendere incendi, siccità e precipitazioni estreme sempre più intensi e frequenti. Per gli scienziati non rappresenta più soltanto un fenomeno meteorologico da osservare, ma uno dei principali indicatori di quanto il nostro pianeta stia diventando vulnerabile.
