Cantina Fortuna, radici che diventano vino
Cantina Fortuna è una delle sorprese green del panorama laziale. Una micro-cantina dei Monti Lepini che unisce biodiversità, recupero delle vigne e premi nazionali.
Il primo segnale che qualcosa stava nascendo, paradossalmente, è arrivato da lontano: due Gold Award consecutivi al Merano Wine Festival, un riconoscimento che di solito appartiene a cantine ben più strutturate. E invece, in mezzo a nomi affermati, compare una piccola realtà dei Monti Lepini, nata appena nel 2022. “Siamo minuscoli, quasi invisibili”, racconta Riccardo Fortuna. “Per questo quei premi ci hanno emozionato così tanto. È come se la terra avesse parlato per noi.”
E proprio l’ascolto della terra è il filo che attraversa tutto il progetto.
Riccardo non ha un passato agricolo: prima era un cantante. È stato il mondo della musica ad allenarlo a percepire sfumature, silenzi, attese. “Nel vino ho ritrovato la stessa arte dell’ascolto”, dice. “Mi ci sono avvicinato per gioco e ho scoperto una forma d’espressione altrettanto potente.” Nel 2022 decide quindi di fondare Cantina Fortuna, una cantina artigianale costruita sull’idea che fare vino possa essere un modo per custodire un territorio e contribuire alla sua rinascita.
La scelta dei Monti Lepini nasce da un legame personale – sua moglie è di Roccagorga – ma diventa presto una scelta ecologica. Riccardo vede da subito un patrimonio naturale ricchissimo ma fragile, costellato di tradizioni contadine che rischiano di scomparire. “Roccagorga e i Lepini hanno una biodiversità enorme”, spiega. “Ho pensato che sarebbe stato bello dare voce a queste colline, permettere loro di esprimersi.”
La sostenibilità, qui, non è un concetto teorico ma una pratica quotidiana. La cantina lavora in biologico, utilizza sovescio come concimazione organica, impiega solo prodotti naturali ed evita l’eccesso di meccanizzazione. “A volte mi dicono che siamo folli”, ride. “Gestiamo il sottofilare a mano, con la zappa. Anche l’imbottigliamento lo facciamo a mano. Ma è l’unico modo per restare fedeli alla nostra filosofia.”
Dalla primavera, arriveranno anche le coccinelle, liberate tra i filari come alleate naturali contro gli afidi. “Sono le nostre collaboratrici più preziose. Non disturbano l’equilibrio dell’ecosistema e ci permettono di evitare trattamenti invasivi.”
Uno degli aspetti più affascinanti della cantina è il lavoro di recupero dei vigneti storici. Molti abitanti della zona non riescono più a seguire le vecchie vigne di famiglia e Riccardo le prende in carico, restituendo vita a piante che rischierebbero l’abbandono. “Quando una famiglia ti affida un vigneto, ti affida un pezzo delle sue radici. Recuperarlo significa rispettare il sudore di generazioni.”
Al centro di questo impegno c’è l’Ottonese, o Ottenese, la varietà autoctona dei Lepini. “Tutti qui hanno almeno un pezzo di vigna con quest’uva”, spiega. “Ha una resa generosa, una buccia spessa e un carattere che somiglia alle persone del posto.” Riccardo lo lavora in purezza per ottenere “I Focaracci”, un vino dorato e materico che omaggia una tradizione locale. “È il mio modo di raccontare un territorio attraverso un vitigno che ne è simbolo.” Accanto all’Ottonese, ci sono altre etichette che parlano delle colline lepine in modo diverso: “Bestiarossa”, un merlot in purezza affinato dodici mesi in barrique; “Sciula”, blend fresco di Ottenese e Moscato di Terracina, il cui nome in dialetto significa “scivola”. Tutte le etichette, nel nome e nella storia, mantengono un legame diretto con il luogo. Ogni fine anno arriva una piccola sorpresa: un’edizione limitata che diventa un momento di creatività e comunicazione. “Quest’anno torna ‘Questo lo fa un amico mio’”, racconta. “Il nome dice tutto: familiarità, artigianalità, passaparola. È un vino che parla come parlerebbe la nostra gente.”
Il rapporto con il territorio è tanto agronomico quanto culturale. Fare vino, per Riccardo, è un modo per contrastare lo spopolamento delle aree interne, recuperare tradizioni, riattivare comunità. “Il vino nasce dal basso”, dice. “Dalla terra e dall’umiltà di chi la lavora. Se riesce a far crescere anche il territorio, allora ha davvero un senso.”
Il futuro guarda alla crescita, ma con prudenza. L’obiettivo è ampliare vigneti e cantina, ma senza perdere la dimensione artigianale e l’attenzione alla sostenibilità. “Sto lavorando per rendere l’attività Carbon Neutral. Voglio crescere, sì, ma mantenendo un equilibrio tra numeri e qualità.”
Poi aggiunge una frase che racchiude la sua visione: “Siamo qui per restare. Vorrei lasciare un solco, qualcosa che parli di rispetto, di territorio e di futuro.” E forse è proprio questa la vera forza di Cantina Fortuna: essere un progetto piccolo, ma con un impatto che va oltre il vino, perché nasce da un’idea semplice e radicale. La terra si ascolta. E si custodisce.
