Riso italiano, il primato europeo tra sfide e nuovi mercati
L’Italia guida la produzione europea di riso, ma il settore affronta importazioni in crescita, cambiamenti climatici e costi elevati. Dal Festival Risò di Vercelli emerge la necessità di difendere qualità e competitività, puntando anche su nuovi mercati e riso aromatico italiano.
L’Italia resta il principale produttore di riso dell’Unione europea, ma dietro un primato consolidato si apre una fase delicata per il futuro del comparto. A Vercelli, dove dall’11 al 13 settembre si svolge la seconda edizione di Risò – Festival Internazionale del Riso, istituzioni, organizzazioni agricole, produttori ed esperti internazionali si confrontano sulle prospettive di una filiera chiamata a fare i conti con concorrenza estera, cambiamenti climatici, costi di produzione e accesso ai mercati.
I numeri restituiscono innanzitutto il peso dell’Italia nel panorama europeo. Il Paese concentra circa il 56% delle superfici coltivate a riso dell’UE e il 53% della produzione comunitaria. Nella campagna 2025-2026 sono stati coltivati circa 235mila ettari, con una produzione prevista intorno a 1,36 milioni di tonnellate. Pavia, Vercelli e Novara rappresentano da sole oltre l’80% della superficie risicola nazionale. L’export supera gli 800 milioni di euro l’anno, generando un saldo commerciale positivo di circa 550 milioni.
Una leadership che si inserisce in un mercato globale nel quale il riso continua ad avere un ruolo centrale anche sul piano della sicurezza alimentare. Intervenendo a Vercelli, il direttore generale della FAO Qu Dongyu ha ricordato come il cereale rappresenti circa il 17% dell’apporto energetico alimentare mondiale, sottolineando la necessità di strategie di lungo periodo capaci di aumentare produttività ed efficienza senza compromettere le risorse naturali. Nel corso della visita in Italia, Qu ha richiamato anche il ruolo della ricerca, dell’innovazione e della trasformazione del prodotto per garantire sostenibilità e competitività al settore.
Il nodo delle importazioni
È soprattutto sul fronte della concorrenza internazionale che emergono però le maggiori preoccupazioni. Secondo Coldiretti, nella campagna commerciale 2025-2026 gli arrivi di riso straniero sono aumentati del 19%, mentre circa quattro confezioni su cinque di prodotto importato proverrebbero dall’Asia. L’organizzazione agricola contesta in particolare l’ingresso a dazio zero di produzioni provenienti da Paesi nei quali non sarebbero applicati gli stessi standard ambientali, sanitari e produttivi richiesti agli agricoltori europei.
La questione riguarda soprattutto il principio di reciprocità negli scambi commerciali. Circa il 60% dell’import di riso nell’Unione europea entra infatti a dazio zero attraverso accordi con Paesi meno avanzati, tra cui Cambogia e Myanmar. Per le organizzazioni agricole italiane il rischio è quello di una competizione giocata su condizioni differenti, con conseguenze dirette sui prezzi riconosciuti ai produttori.
Il tema è stato posto anche dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che a Vercelli ha indicato tra le priorità la difesa della produzione nazionale, la promozione del riso italiano sui mercati internazionali e maggiori controlli sui prodotti in ingresso nell’Unione. Il confronto europeo passa anche attraverso EU-Rice, l’alleanza che riunisce gli otto Paesi produttori dell’UE – Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria, Romania e Ungheria – nata per sostenere una strategia comune sul comparto.
Produzione sotto pressione
Alla competizione internazionale si sommano le difficoltà legate alla produzione. Le prime stime riportate da Coldiretti indicano per la campagna in corso possibili perdite medie fino al 25%, con punte tra il 70 e l’80% nelle aree più colpite dalle piogge, in particolare nella Baraggia vercellese. Freddo e carenza d’acqua durante alcune fasi della coltivazione avrebbero compromesso la fecondazione e ridotto il numero dei chicchi, mentre vento, grandine e piogge violente hanno provocato ulteriori danni.
In questo scenario la diversificazione può diventare una delle strade da percorrere. Confagricoltura punta in particolare sul riso aromatico italiano, segmento ancora di nicchia ma con margini di crescita. In Italia ne vengono coltivati circa 260 ettari, dei quali 160 in Piemonte, mentre una parte consistente della domanda interna è attualmente soddisfatta attraverso prodotto importato.
L’obiettivo è costruire una filiera italiana capace di competere con le varietà aromatiche di provenienza asiatica facendo leva su tracciabilità, sicurezza alimentare, qualità e origine. Una prospettiva che, secondo Confagricoltura, deve però accompagnarsi alla ricerca di nuovi mercati e ad accordi commerciali che consentano alle imprese italiane di esportare di più, mantenendo condizioni di reciprocità tra produttori europei e concorrenti internazionali.
Il confronto di Vercelli fotografa così un settore sospeso tra un primato da difendere e la necessità di cambiare. Da una parte una filiera che continua a fare dell’Italia il riferimento europeo per quantità, qualità e valore delle produzioni; dall’altra un mercato sempre più esposto alla concorrenza internazionale e agli effetti del clima. La sfida sarà trasformare questa leadership produttiva in una capacità altrettanto forte di competere sui mercati, senza abbassare gli standard che caratterizzano il riso italiano.
