giovedì, Ottobre 1, 2026
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E se uno scarto potesse salvarne un altro? La storia di Alkelux

Uno scarto utilizzato per evitare che altro cibo diventi, a sua volta, uno scarto. È in questa idea che si può riassumere la storia di Alkelux, startup nata a Sassari che recupera i residui della lavorazione della liquirizia calabrese per trasformarli in un additivo destinato, tra le altre applicazioni, al packaging alimentare.

Una tecnologia che punta ad aumentare la durata degli alimenti e quindi a ridurne lo spreco lungo la filiera, dalla produzione fino alle case dei consumatori. Un tema che torna al centro dell’attenzione proprio il 29 settembre, in occasione della Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari. Ma la storia di Alkelux comincia altrove. Non in un’azienda alimentare e neppure studiando il packaging, bensì in un laboratorio universitario durante la pandemia.

Dal Covid alla liquirizia

Matteo Poddighe, CEO e co-founder di Alkelux, è un chimico con un dottorato in Scienze e tecnologie chimiche nel campo dell’ingegneria industriale e della scienza dei materiali. Prima della pandemia il suo percorso di ricerca avrebbe potuto prendere una direzione completamente diversa.

Matteo Poddighe, CEO e co-founder di Alkelux.

«Il mio background è sempre stato nell’ingegnerizzazione dei materiali, ma non in ambito biologico», racconta. Matteo lavorava infatti allo sviluppo di nuovi materiali per le sonde ecografiche, cercando alternative a quelli contenenti piombo.

Poi, nel 2020, arriva la pandemia. Il dottorato cambia direzione e la ricerca si concentra sullo sviluppo di nanomateriali con attività antivirale contro SARS-CoV-2, pensati per realizzare superfici, gel e rivestimenti capaci di limitare la diffusione del virus.

È durante queste ricerche che Matteo si imbatte in una molecola presente nella liquirizia, ancora poco studiata per quel tipo di applicazione. I risultati ottenuti lo spingono a proseguire. Ma il passaggio decisivo arriva tra il 2021 e il 2022, quando incontra Davide Sanna, oggi suo socio, che gli propone di guardare alla ricerca da un’altra prospettiva: ottenere quei materiali recuperando gli scarti della lavorazione della pianta.

Cominciano così le prime sperimentazioni al di fuori del progetto universitario. La materia prima arriva dalla Calabria, principale territorio di riferimento per la produzione e la lavorazione della liquirizia in Italia, dove le aziende devono gestire quantità importanti di residui. Terminato il dottorato, la ricerca diventa impresa. Nel 2024 nasce Alkelux.

Dalle fragole, cinque giorni in più contro lo spreco

Oggi il prodotto sviluppato dalla startup è una polvere che può essere aggiunta direttamente durante la produzione dei materiali destinati, tra le altre applicazioni, al packaging alimentare.

«Il nostro additivo non è a contatto diretto con l’alimento, perché è inserito nella matrice della plastica», spiega Poddighe. Le particelle incorporate nel materiale hanno un’attività antimicrobica. Il loro effetto si verifica anche a distanza ed è amplificato dalla presenza di luce naturale o artificiale, pur continuando ad agire al buio e quindi anche durante lo stoccaggio e il trasporto.

Uno dei primi campi sui quali Alkelux si è concentrata è quello dei piccoli frutti, particolarmente delicati e caratterizzati da tempi di conservazione ridotti.

L’esempio più immediato è quello delle fragole. Secondo i test condotti dall’azienda, utilizzando materiali contenenti l’additivo la loro durata può arrivare fino a circa otto-nove giorni, rispetto ai circa tre indicati da Poddighe per un imballaggio tradizionale. Quei cinque o sei giorni aggiuntivi possono fare la differenza lungo tutta la filiera.

Per il supermercato significano avere più tempo per vendere il prodotto; per chi lo acquista, poterlo consumare senza doverlo necessariamente terminare in pochissimo tempo. Ma l’effetto può risalire anche fino al produttore.

«Se un supermercato sa che più di una certa quantità non riuscirà a venderla, ne acquisterà meno», osserva Poddighe. Una maggiore durata può quindi ridurre il rischio che parte della produzione rimanga invenduta o debba essere ceduta a prezzi inferiori.

Non solo frutta: dal pane alla carne

Fragole e mirtilli sono oggi tra i prodotti per i quali Alkelux riceve maggiore interesse, ma le sperimentazioni stanno iniziando a guardare oltre l’ortofrutta.

Tra i prossimi campi ci sono pane, carne e pesce.

Nel caso di alcuni prodotti da forno confezionati, per esempio, viene utilizzato alcol per creare condizioni meno favorevoli alla proliferazione di muffe. È anche all’origine del caratteristico odore che può essere percepito aprendo alcune confezioni di pane in cassetta. La prospettiva è verificare se l’azione antimicrobica dell’additivo possa contribuire a ridurre la necessità di questo tipo di trattamento, preservando al tempo stesso le caratteristiche del prodotto.

Più complessa sarà invece la sperimentazione su carne e pesce, dove i microrganismi da contrastare pongono problemi differenti. Proprio da questi comparti, racconta però Matteo, stanno arrivando numerose richieste di collaborazione anche da aziende internazionali.

E le applicazioni potenziali non finiscono con il cibo. Le proprietà antimicrobiche e di protezione dai raggi UV dell’additivo stanno portando l’azienda a dialogare anche con realtà che operano negli imballaggi per dispositivi medici e cosmetici e nel settore automotive.

Quando una startup deve essere già cresciuta per poter crescere

La tecnologia è soltanto una parte della storia. L’altra riguarda il passaggio dalla ricerca al mercato. Alkelux viene costituita nel 2024 e ottiene il primo investimento, circa 170mila euro, dopo la partecipazione a un percorso di accelerazione per startup a Verona. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2026 arriva poi un round da circa un milione di euro.

Più complesso, racconta Matteo, è stato l’accesso ai finanziamenti pubblici.

Il team di Alkelux.

Il problema è un paradosso comune alle imprese nelle prime fasi: strumenti pensati per sostenere startup e nuovi imprenditori possono richiedere fatturato, clienti, un determinato livello di maturità tecnologica oppure capitale da anticipare.

«Una startup che sta iniziando non ha necessariamente queste caratteristiche. Il finanziamento pubblico dovrebbe darti l’opportunità di arrivare agli investitori. Invece, in alcuni casi, devi avere già i soldi». Per Alkelux la strada iniziale è stata quindi quella del capitale privato. Soltanto con la crescita raggiunta negli ultimi anni la società ha potuto iniziare ad accedere anche a opportunità pubbliche più consistenti.

Restare in Sardegna per creare opportunità

C’è poi una scelta che va oltre il business.

Terminato il dottorato, Matteo aveva ricevuto proposte da università in Olanda, Spagna, Francia e Belgio. Ha deciso invece di rimanere a Sassari.

«Non volevo arrendermi al dover andare fuori. Qui ho la mia famiglia, ho deciso di restare e provare a crearmi le mie possibilità».

Oggi la sede legale e il laboratorio di Alkelux sono in Sardegna e la società sta realizzando sull’isola un impianto pilota. L’azienda ha assunto due persone e una delle dipendenti è rientrata in Italia dopo circa sei anni trascorsi in Slovenia nel mondo universitario. Per Poddighe è parte dello stesso progetto: affiancare all’impatto ambientale anche quello sociale, creando opportunità professionali in territori dai quali spesso i giovani ricercatori sono costretti a partire.

Il prossimo impianto in Calabria

Il passo immediato è portare la tecnologia sul mercato. Alkelux sta aumentando la propria capacità produttiva con l’impianto pilota e lavorando al percorso di conformità necessario per utilizzare l’additivo nei materiali destinati al contatto con gli alimenti.

Poi lo sguardo si sposta nuovamente verso la Calabria.

Nel 2027 la società punta ad aprire un nuovo round di investimento da 3 a 5 milioni di euro con l’obiettivo di realizzare un impianto industriale vicino alle aziende dalle quali provengono gli scarti della liquirizia. La posizione dell’impianto fa parte dello stesso modello di economia circolare. Ridurre la distanza tra il luogo in cui viene prodotto lo scarto e quello in cui viene trasformato significa diminuire le necessità di trasporto e stoccaggio e, con esse, costi ed emissioni.

Anche ciò che rimane dalla lavorazione di Alkelux può essere ulteriormente valorizzato, per esempio nella produzione di compost organico.

E la liquirizia potrebbe rappresentare soltanto il primo passo.

Nei laboratori sardi l’azienda sta infatti lavorando su altre matrici vegetali legate al territorio, dal carciofo al castagno, passando per vite e olive. Materiali diversi possono offrire proprietà differenti e aprire la strada a nuove applicazioni, fino allo sviluppo di biostimolanti per l’agricoltura.

L’obiettivo dichiarato da Poddighe è arrivare a un processo standardizzabile e replicabile anche altrove: partire dalle risorse vegetali disponibili nei diversi territori e trasformare ciò che oggi ha poco o nessun valore in una nuova materia prima.

La liquirizia rappresenta quindi un primo banco di prova per un progetto che punta ad andare oltre il singolo materiale. La sfida per Alkelux sarà ora passare dalla sperimentazione alla produzione su scala industriale, verificando se il modello sviluppato tra Sardegna e Calabria potrà essere applicato anche ad altre filiere e ad altri territori. Un passaggio decisivo per capire quanto una tecnologia nata in laboratorio possa incidere concretamente sulla riduzione degli sprechi e sulla valorizzazione delle risorse locali.

Autore

  • Carlotta Maurizi

    Laureata in Lingue e e successivamente specializzata con una laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo Sviluppo, ha maturato vasta esperienza nella comunicazione sociale, nella gestione di siti web e canali social per enti pubblici e associazioni. Appassionata di cultura, volontariato e progetti di impatto sul territorio, specialmente nella zona del basso Lazio dove è nata e risiede.

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