Cuba: il popolo non ce la fa più, il grido d’allarme di un medico in esilio
Nostra intervista a un testimone dello sfacelo in cui si trovano a sopravvivere gli abitanti della repubblica caraibica: un medico che è riuscito ad espatriare in Europa ci racconta la realtà odierna del suo Paese
Come oltre un milione di suoi connazionali, ha lasciato Cuba senza però abbandonare davvero la sua isola. Tra i ricordi di un’infanzia cullata dalle promesse della rivoluzione, l’immagine del Che ancora viva da qualche parte nella sua mente e i racconti quotidiani delle privazioni che colpiscono Cuba, Alberto Rodriguez (*) – medico esiliato in Europa – guarda al suo Paese con un sentimento misto di tristezza, rabbia e speranza.
«Mi ricordo…». Quando inizia a parlare del suo Paese, Cuba, negli occhi di Alberto Rodriguez cala un velo di tristezza. Stabilitosi da diversi anni in Europa, questo medico sogna un giorno di tornare nella sua terra, come molti cubani che se ne sono andati, racconta, perché tutto era diventato troppo complicato.
Come molti esuli, Alberto Rodriguez preferisce non rivelare il luogo in cui vive oggi quando parla con un giornalista. Del resto, Alberto Rodriguez non è nemmeno il suo vero nome: sarebbe troppo pericoloso, spiega.
«Mia madre è morta l’anno scorso, ma mio padre, che ha ottant’anni, è ancora vivo e potrebbe avere dei problemi. Quanto a me, potrei finire su una lista nera. Ci sono persone che hanno parlato e si racconta che le loro famiglie siano state imprigionate e che loro non possano più rientrare a Cuba. Laggiù sanno tutto: hanno occhi e orecchie ovunque.»
“Loro” sono gli attuali dirigenti al potere che, secondo le testimonianze degli esuli, vivono in una realtà completamente diversa da quella del resto della popolazione. Persone che non mancherebbero di nulla e che non sarebbero costrette ad affrontare le difficoltà quotidiane: la mancanza d’acqua, di elettricità, di cibo e di medicinali.

Quando parla del passato, il suo sguardo si illumina.
«Se “El Comandante” fosse ancora vivo, tutto questo non gli piacerebbe. Con lui la vita era diversa: si mangiava, perché tutti dovevano mangiare le stesse cose. Non voleva un mondo nuovo, voleva semplicemente un mondo migliore.»
Questo medico ha vissuto gli anni di Fidel Castro. Lo descrive come un uomo affascinante e soprattutto «molto carismatico», capace di mantenere una forma di coesione, a differenza degli attuali dirigenti.
«Non gli arrivano neppure alle caviglie. Era molto intelligente e sapeva sempre come fare affinché i cubani fossero soddisfatti. Anche quando c’erano problemi, ci si accontentava di poco e si viveva bene.»
Oggi, sussurra Alberto Rodriguez, tutto è cambiato.
Spiega che per il popolo non è rimasto più nulla, che la gente muore perché le farmacie sono vuote a causa della carenza di medicinali e perché manca anche il cibo.
«Bisogna procurarsi i medicinali al mercato nero. Il governo lo sa, ma non fa nulla per cambiare le cose. Alcuni problemi non dipendono soltanto dall’embargo.»

Nel quartiere in cui vivono i suoi genitori l’acqua arriva raramente, perché le infrastrutture non funzionano. Secondo diverse stime, oggi oltre due milioni di cubani vivono senza acqua corrente e spesso anche senza elettricità.
Per lui, la svolta risale alla fine degli anni Ottanta.
«Tutto ha iniziato a crollare nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e del blocco dei Paesi socialisti. La Russia, che sosteneva Cuba, ha praticamente chiuso i rubinetti. È stato l’inizio del cosiddetto “Periodo Especial”. Non c’era quasi più niente e abbiamo iniziato semplicemente a cercare di sopravvivere. Io non ero abituato, perché ero cresciuto in un mondo dove, grazie ai sovietici, non mancava nulla.»

Dopo la malattia e poi la morte di Fidel Castro, e con l’arrivo al potere del fratello Raúl, le difficoltà si sono aggravate.
«Raúl è molto diverso da Fidel. Non ha mai avuto le stesse capacità di governare il Paese e affrontare le crisi. Poi, nel 2018, Miguel Díaz-Canel, scelto da Raúl, è diventato presidente della Repubblica. Le cose sono peggiorate ulteriormente e oggi siamo arrivati a un punto di non ritorno. Il popolo cubano non ce la fa più.»
Oggi, racconta Alberto Rodriguez, i cubani sono esasperati e potrebbero perfino arrivare a prendere le armi.
Dice che, quando parla con europei innamorati di Cuba e questi gli chiedono se la situazione potrebbe cambiare con un ritorno degli americani all’Avana e se tutto potrebbe tornare come prima della rivoluzione e di Fidel Castro, lui risponde: «Sì, è possibile. Se il turismo riprenderà a svilupparsi, si creeranno posti di lavoro e l’economia tornerà a crescere. I cubani meritano un grande cambiamento dopo tanti anni di sofferenza.»

Ma i cubani, stremati dalle privazioni, dal crollo del turismo e dalle continue interruzioni di corrente e d’acqua, sono davvero pronti al cambiamento?
Non ne è certo. Perché, spiega, a Cuba tutto appartiene allo Stato.
«Se sei malato, telefoni al tuo datore di lavoro e dici: oggi non vengo. E resti a casa. Con una transizione verso un sistema più liberale tutto cambierebbe. Bisognerebbe produrre di più, rispettare ritmi di lavoro diversi. Sarebbe una trasformazione enorme.»
Un riavvicinamento con Washington e, soprattutto, il ritorno degli americani all’Avana rappresenterebbero allora un passo indietro dal punto di vista ideologico? E tutto il periodo di Fidel Castro rischierebbe di essere cancellato?
All’improvviso lo sguardo di Alberto Rodriguez torna a velarsi di tristezza.
Fa un lungo respiro e afferma con convinzione che, se “Fidel” tornasse oggi e vedesse la sofferenza di Cuba, «tutto questo non gli piacerebbe»; capirebbe che coloro che sono venuti dopo di lui hanno distrutto tutto ciò che aveva costruito in tanti anni. Ripete che qualcosa deve accadere e che «El Comandante» comprenderebbe che il suo popolo merita un cambiamento radicale e che la democrazia deve finalmente affermarsi.
Aggiunge che a Cuba l’opposizione esiste, che le persone sono preparate e che la diaspora tornerebbe nel Paese per partecipare al cambiamento, proprio come i cubani fuggiti negli Stati Uniti dopo la rivoluzione, ma rimasti profondamente legati alla loro terra.

«Alcuni hanno fatto fortuna e potrebbero aiutare Cuba a rialzarsi tornando nel Paese. Sono proprio loro a spingere maggiormente per un cambiamento e a sostenere l’idea di un intervento americano all’Avana.»
E se gli americani intervenissero per arrestare Raúl Castro, accusato dagli Stati Uniti di aver supervisionato e ordinato, nel 1996, l’abbattimento in volo di due aerei civili dell’organizzazione di esuli Brothers to the Rescue, provocando la morte di quattro persone?
«No», risponde subito Alberto Rodriguez. «L’avrebbero già fatto. Donald Trump e il suo entourage, di cui fa parte Marco Rubio, che è di origine cubana, preferiscono una guerra ideologica. Vogliono mettere pressione ai dirigenti cubani, ma è complicato perché questi non vogliono lasciare il potere e perdere tutto. Intanto è il popolo a soffrire.»
Ha paura per il futuro di Cuba?
La risposta è immediata.
«No. Ho fiducia nel futuro. So che qualcosa accadrà. Deve accadere. E il prima possibile.»
(*) Il nome e il cognome dell’intervistato sono stati modificati.
