martedì, Novembre 3, 2026
Allevamento

Pastorizia 4.0, tra tradizione e innovazione

La pastorizia non è soltanto un’attività produttiva legata alla tradizione, ma rappresenta un presidio fondamentale per la tutela del territorio, la conservazione della biodiversità e la sopravvivenza economica delle aree interne. È questo uno dei messaggi emersi dal convegno internazionale “Pascoli e pastori: dal mito al 4.0 – L’evoluzione della zootecnia estensiva tra transizione ecologica e transizione digitale”, svoltosi giovedì 29 ottobre a Roma, nella Sala Serpieri di Palazzo della Valle, sede di Confagricoltura.

L’iniziativa, inserita nel programma della sedicesima edizione di Cerealia Festival, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo agricolo e della ricerca scientifica per approfondire le trasformazioni di un settore che, pur conservando un patrimonio millenario di conoscenze, è oggi chiamato ad affrontare sfide economiche, ambientali e sociali sempre più complesse.

A moderare l’incontro è stata Tiziana Briguglio, vicepresidente di ARGA Lazio e presidente di Agroalimentare in Rosa. Ad aprire i lavori i saluti istituzionali di Roberto Caponi, direttore generale di Confagricoltura, Andrea Sonnino, presidente della Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali (FIDAF), e Alessandra de Seneen, segretario generale dell’Istituto Nazionale di Sociologia Rurale (INSOR).

Nel suo intervento, Caponi ha richiamato il ruolo storico della pastorizia come strumento di scambio culturale e dialogo tra le comunità del Mediterraneo, evidenziando al tempo stesso le difficoltà attraversate dal comparto, a partire dalla progressiva contrazione delle imprese. Un settore che, oltre alla produzione alimentare, contribuisce alla manutenzione del territorio e alla salvaguardia degli ecosistemi, e che necessita di maggiore attenzione anche nell’ambito delle politiche agricole europee.

Anche Sonnino ha sottolineato il valore ambientale e sociale dei sistemi pastorali, ricordando il riconoscimento del 2026 come Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, un’occasione per riportare al centro del dibattito il contributo degli allevatori alla gestione sostenibile delle risorse naturali.

Dalla transumanza alla tutela della biodiversità

Il rapporto tra agricoltura, allevamento e comunità è stato approfondito da Roberto Reali, del CNR, attraverso una ricostruzione storica dei sistemi pastorali e dei tratturi minori del Lazio meridionale. La transumanza, ha spiegato, non rappresentava semplicemente lo spostamento stagionale delle greggi, ma un articolato sistema economico e sociale, fondato sull’utilizzo condiviso delle risorse e sulla complementarità tra coltivazioni e allevamento.

Una relazione che assume particolare importanza anche nella gestione contemporanea del paesaggio. Giovanni Cannata, commissario straordinario del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ha evidenziato come l’abbandono delle attività agropastorali nelle aree appenniniche abbia contribuito alla progressiva espansione delle superfici forestali. Un fenomeno che non deve essere interpretato esclusivamente come un processo positivo di rinaturalizzazione, ma valutato anche rispetto alla perdita di habitat aperti e alle trasformazioni degli equilibri ecologici.

Sul rapporto tra attività produttive e fauna selvatica si è soffermato Andrea Monaco, dell’ISPRA, analizzando l’espansione di specie come lupi e cinghiali e le conseguenze per gli allevamenti. Dai dati illustrati emerge un impatto economico significativo: circa due milioni di euro annui associati alle predazioni del lupo e tra 19 e 20 milioni di euro di indennizzi annuali per i danni provocati dai cinghiali. La necessità, secondo Monaco, è spostare progressivamente l’attenzione dagli indennizzi alla prevenzione, attraverso strumenti di protezione e strategie condivise tra agricoltori, istituzioni e mondo della conservazione.

Le nuove tecnologie al servizio dei pastori

L’innovazione digitale è stata uno dei temi centrali del confronto. Luigi Ledda, dell’Università Politecnica delle Marche e consigliere CONAF, ha illustrato le potenzialità delle tecnologie intelligenti nella gestione sostenibile dei pascoli mediterranei. Collari satellitari, accelerometri e sensori consentono oggi di monitorare gli spostamenti degli animali, analizzarne il comportamento alimentare e migliorare la distribuzione del pascolamento, riducendo i rischi legati allo sfruttamento eccessivo o insufficiente delle superfici.

A queste prospettive si affiancano quelle della ricerca genetica, approfondite da Vincenzo Landi, dell’Università di Bari. Attraverso l’esperienza di studio sulla razza ovina Gentile di Puglia, Landi ha mostrato come l’integrazione tra dati genetici, produttivi e ambientali possa contribuire alla conservazione delle razze autoctone e al miglioramento della gestione aziendale.

L’innovazione può inoltre aprire nuove opportunità economiche attraverso il recupero di risorse oggi poco valorizzate. Stefano Farris, dell’Università degli Studi di Milano, ha presentato le prospettive di utilizzo della lana ovina grezza, spesso considerata un costo per gli allevatori a causa delle difficoltà di lavorazione e commercializzazione. Dall’edilizia sostenibile ai materiali innovativi, fino alle applicazioni della cheratina, la ricerca sta esplorando nuove possibilità per trasformare un materiale sottoutilizzato in una risorsa per l’economia circolare.

Ricambio generazionale, una sfida per il settore

Il futuro della pastorizia passa inevitabilmente dalla capacità di attrarre nuove generazioni. Angela Saba, presidente della Federazione Nazionale degli Allevamenti Ovicaprini di Confagricoltura, ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà economiche e strutturali del comparto, ricordando che, secondo i dati presentati, tra il 2006 e il 2025 il patrimonio ovicaprino italiano si è ridotto del 28,1%.

Accanto alle criticità, emergono tuttavia nuovi profili professionali: giovani che scelgono la pastorizia anche senza provenire da famiglie di allevatori, interessati alla sostenibilità ambientale, all’autonomia lavorativa e alla valorizzazione delle produzioni locali. Per rendere concretamente possibile questo percorso, però, servono formazione, accesso alla terra, credito e servizi adeguati nelle aree rurali.

Un esempio è arrivato dalla Catalogna con Laia Batalla, responsabile della Escola de Pastors i Pastores de Catalunya, che ha illustrato un modello formativo basato sull’integrazione tra lezioni teoriche e attività pratiche nelle aziende. Dalla sua fondazione, la scuola ha formato 285 studenti, con un tasso di completamento dell’88,4%. Un’esperienza che dimostra l’importanza di accompagnare le nuove generazioni nell’ingresso nel settore, anche attraverso percorsi di affiancamento e sostegno all’avvio d’impresa.

Il 2026, Anno internazionale dei pascoli e dei pastori

A dare una dimensione globale al confronto è stato Gregorio Velasco Gil, coordinatore del Pastoralist Knowledge Hub della FAO, che ha illustrato gli obiettivi dell’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori 2026.

Secondo i dati presentati, i sistemi pastorali sono presenti in diverse forme nel 75% dei Paesi e contribuiscono al sostentamento di oltre 200 milioni di persone. Un patrimonio economico, culturale e ambientale spesso poco riconosciuto, nonostante il contributo alla conservazione degli ecosistemi, alla fertilità dei suoli e alla gestione sostenibile delle risorse naturali.

L’Anno internazionale rappresenta dunque un’occasione per promuovere politiche di sostegno più efficaci, rafforzare il coinvolgimento dei pastori nei processi decisionali e valorizzare le conoscenze tradizionali, integrandole con le opportunità offerte dalla ricerca.

Dal confronto è emersa una prospettiva comune: il futuro della pastorizia non si costruisce contrapponendo tradizione e innovazione, ma riconoscendo il valore di entrambe. La tecnologia può migliorare la gestione degli allevamenti, la ricerca può creare nuove opportunità produttive e la formazione può favorire il ricambio generazionale. Ma senza condizioni economiche sostenibili, servizi e politiche capaci di sostenere chi continua a vivere e lavorare nelle aree rurali, il rischio è perdere non soltanto un settore produttivo, ma anche una parte importante del patrimonio culturale e ambientale dei territori.

Autore

  • Carlotta Maurizi

    Laureata in Lingue e e successivamente specializzata con una laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo Sviluppo, ha maturato vasta esperienza nella comunicazione sociale, nella gestione di siti web e canali social per enti pubblici e associazioni. Appassionata di cultura, volontariato e progetti di impatto sul territorio, specialmente nella zona del basso Lazio dove è nata e risiede.

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