Vannacci, il generale che sogna un Paese più virile
Il suo successo si alimenta di un linguaggio fortemente provocatorio rivolto a quanti sono convinti che l’Occidente abbia smarrito i propri riferimenti culturali
All’Italia mancava forse un uomo della Provvidenza in uniforme? Roberto Vannacci, ex generale che ha sostituito la divisa con jeans e camicia dal colletto sbottonato, decisamente più informali, ha deciso di colmare quel vuoto. Dalla pubblicazione, nel 2024, del suo libro Il mondo al contrario, un volume intriso di polemiche e invettive, il suo ingresso in politica è stato travolgente. Prima con il sostegno della Lega, poi fondando alcuni mesi fa il proprio movimento, “Futuro Nazionale”. Da allora il generale moltiplica dichiarazioni provocatorie con impressionante efficacia. Ogni polemica gli regala nuova visibilità. Ogni ondata di indignazione alimenta la sua popolarità.
Abolire il reato di femminicidio, celebrare lo sport come scuola della nazione, denunciare gli eccessi del politicamente corretto e rivalutare il principio dell’autorità. A ogni sua uscita pubblica, il generale ed eurodeputato Roberto Vannacci sembra sfogliare un vecchio manuale della destra nazionalista italiana degli anni Trenta.
L’obiettivo è evidente: sfidare Giorgia Meloni sul suo stesso terreno, quello dell’identità e dei valori.
E la strategia potrebbe funzionare. I sondaggi attribuiscono infatti alla nuova stella nascente della destra radicale italiana circa il 5,3% delle intenzioni di voto, una percentuale ormai vicina a quella della Lega.
Il suo successo si alimenta di un linguaggio fortemente provocatorio rivolto a quegli italiani convinti che il Paese e, più in generale, l’Occidente abbiano smarrito i propri riferimenti culturali. Le provocazioni diventano ogni volta più radicali. L’ultimo bersaglio è il femminicidio, che Roberto Vannacci considera inutile distinguere giuridicamente dagli altri omicidi. A suo giudizio, la legge dovrebbe trattare tutti i cittadini allo stesso modo e, di conseguenza, il reato di femminicidio dovrebbe essere abolito. Un ragionamento discutibile, ma politicamente capace di intercettare una parte dell’elettorato.
Questa presa di posizione non rappresenta però un episodio isolato. Dal suo ingresso nell’arena politica nel 2024, il generale ha costruito un discorso fondato su alcuni pilastri ricorrenti: esaltazione dell’autorità, disciplina, difesa dei confini, valorizzazione del merito fisico e critica delle politiche della diversità, il tutto accompagnato da una concezione profondamente tradizionale della famiglia.
Quando celebra le virtù educative dello sport, il generale non parla soltanto di attività fisica. Difende un preciso modello di società fondato sullo sforzo, sulla competizione, sulla gerarchia e sulla disciplina collettiva. Un immaginario politico distante dal linguaggio molto più istituzionale adottato negli ultimi anni da una parte della destra di governo.
Ma proprio questa visione rivela l’ambizione politica del generale. Il suo progetto sembra essere quello di indebolire Giorgia Meloni — se non addirittura sostituirla — in vista delle elezioni politiche del 2027.
Per riuscirci punta a conquistare gli elettori delusi dalla progressiva “normalizzazione” della presidente del Consiglio, che accusa regolarmente di aver rinnegato parte delle proprie posizioni per avvicinarsi agli alleati europei e rassicurare i mercati finanziari.
La strategia di Roberto Vannacci, per certi aspetti, ricorda quella utilizzata dalla stessa Meloni contro il centrosinistra: occupare lo spazio politico dell’avversario. Con una differenza sostanziale.
Mentre Giorgia Meloni cerca di ampliare il proprio consenso facendo propri temi tradizionalmente associati al centrosinistra — dalla difesa del potere d’acquisto al ruolo dello Stato nell’economia, fino a una maggiore attenzione alle questioni sociali e a una posizione più prudente nei confronti del governo israeliano — Vannacci percorre la strada opposta. Si spinge ancora più a destra, cercando di rappresentare quell’elettorato che considera Meloni ormai troppo moderata.
Paradossalmente Roberto Vannacci potrebbe essere il prodotto politico più autentico dell’era Meloni.
Una volta arrivata al governo, infatti, la presidente del Consiglio ha progressivamente sostituito la politica delle provocazioni con quella della credibilità istituzionale, del dialogo europeo e delle responsabilità di governo. Una strategia che le ha consentito di rassicurare Bruxelles, gli alleati occidentali e una parte dell’elettorato moderato.
Ma questa stessa evoluzione ha lasciato scoperto uno spazio politico che Vannacci si è affrettato a occupare.
La sua crescita rappresenta anche una minaccia per Matteo Salvini, il cui spazio elettorale continua a restringersi. Il leader della Lega si vede sottrarre non soltanto voti, ma anche quegli strumenti comunicativi — presenza costante sui media, slogan d’impatto e polemiche continue — che avevano fatto la sua fortuna politica.
Così, mentre Giorgia Meloni guarda al centro per consolidare il proprio potere in vista del 2027 e Matteo Salvini lotta per conservare la leadership del suo partito, Roberto Vannacci continua ad affermarsi come il principale interprete della protesta identitaria.
C’è chi ritiene che il suo destino sia quello di rimanere un semplice agitatore politico. Sarebbe però un errore sottovalutarlo. La storia della destra italiana ha già dimostrato, con figure come Silvio Berlusconi, che personaggi inizialmente considerati marginali possono trasformarsi, in tempi relativamente brevi, in protagonisti assoluti della scena politica
