giovedì, Luglio 2, 2026
Attualità

L’Europa deve temere un’epidemia di Ebola?

La nuova epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, causata dal raro ceppo Bundibugyo, per il quale non esistono né un vaccino né una terapia specifica, ha già portato all’individuazione di casi importati in Francia e in Italia, immediatamente presi in carico dalle autorità sanitarie. L’epidemia potrebbe raggiungere l’Europa? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la maggior parte degli esperti, il rischio di una diffusione internazionale resta basso. La situazione è tuttavia monitorata con estrema attenzione nell’Africa centrale, dove il virus non conosce frontiere. Sul campo cresce la preoccupazione, poiché il nuovo ceppo minaccia ormai almeno dieci Paesi africani. A Mayotte, dove ogni giorno arrivano migranti irregolari provenienti dalle zone colpite dall’epidemia, il governo francese mantiene alta la vigilanza, pur ribadendo che il rischio di importazione nella Francia metropolitana e nell’arcipelago è, allo stato attuale, molto basso. La sorveglianza sanitaria è stata rafforzata e ospedali e operatori sanitari sono stati mobilitati. Per fare il punto sulla situazione abbiamo intervistato la prof.ssa Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e professoressa ordinaria di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso l’Università La Sapienza di Roma.

Che cosa sappiamo oggi di questa nuova epidemia di Ebola?

Questa nuova fase epidemica è stata dichiarata ufficialmente il 15 maggio scorso. Si tratta del diciassettesimo focolaio nella storia della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Tuttavia, è ormai chiaro che l’inizio dell’epidemia risale probabilmente alla fine di marzo o ai primi di aprile. L’epidemia è quindi con ogni probabilità iniziata ben prima della dichiarazione ufficiale dell’allerta, poiché il primo caso identificato sarebbe stato quello di un’infermiera deceduta il 24 aprile scorso, secondo diverse testimonianze. Il focolaio era dunque già attivo da tempo.

Un altro elemento importante è che, a differenza delle epidemie precedenti, questa è provocata da un particolare ceppo del virus Ebola, il Bundibugyo, il cui genoma virale — ossia l’insieme del materiale genetico del virus — e le proteine di superficie sono piuttosto diversi rispetto al ceppo Zaire, responsabile delle grandi epidemie del passato.

Questa differenza è dovuta a una mutazione del virus, come è accaduto con il SARS-CoV-2?

No, assolutamente. Si tratta semplicemente di un altro ceppo già conosciuto, che in passato ha già provocato altre epidemie. Non siamo quindi di fronte a una mutazione recente. Il problema è piuttosto che i test diagnostici più utilizzati — e oggi largamente diffusi perché più pratici — sono stati progettati per individuare il ceppo Zaire, che è il più frequente. È il ceppo responsabile della grande epidemia del 2014, scoppiata nella Guinea forestale e successivamente diffusasi in Liberia e Sierra Leone, coinvolgendo gran parte dell’Africa occidentale.

È quindi molto probabile che, nelle prime fasi, il virus non sia stato identificato proprio perché i test risultavano negativi. Non perché l’infezione non fosse presente, ma perché quei test non erano in grado di rilevare questo particolare ceppo.

Come si è riusciti a identificarlo?

L’Institut National de Recherche Biomédicale (INRB) di Kinshasa è infine riuscito a formulare la diagnosi corretta. Da quel momento sono iniziati immediatamente il tracciamento dei casi e la diffusione dei metodi diagnostici appropriati. Tutto questo, naturalmente, in un contesto estremamente difficile e in una regione molto particolare.

Questo ceppo non è più aggressivo degli altri nei confronti dell’uomo, anche se con i virus è sempre difficile fare generalizzazioni. Il tasso di letalità stimato è persino leggermente inferiore a quello del ceppo Zaire. Resta comunque un virus estremamente pericoloso, con una mortalità compresa tra il 30 e il 50%.

Il vero problema è che, per il ceppo Zaire, disponiamo di un vaccino, di anticorpi monoclonali e di test diagnostici efficaci. Per il ceppo Bundibugyo, invece, non esiste ancora nulla di tutto questo. Ed è proprio questo che rende l’epidemia molto più difficile da contenere. Gli unici strumenti di cui disponiamo sono quelli classici: il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei pazienti. Ma anche queste misure sono difficili da applicare, perché alcune delle aree interessate sono teatro di conflitti armati e dispongono di sistemi sanitari estremamente fragili.

Ciò che in Europa, dopo la pandemia di COVID-19, è diventato una pratica relativamente consolidata, in queste regioni è molto più difficile da mettere in atto. Lo abbiamo visto anche con il focolaio di hantavirus, che è stato possibile contenere a livello internazionale. Nel contesto africano, invece, la situazione è infinitamente più complessa e questo potrebbe favorire una diffusione regionale molto più difficile da controllare.

Perché le epidemie di Ebola si ripresentano regolarmente in alcune regioni dell’Africa centrale?

Diversi fattori favoriscono l’emergere di epidemie zoonotiche, cioè di malattie infettive di origine animale provocate da virus, batteri o parassiti. Penso innanzitutto ai fattori ecologici: il clima caldo e umido e la presenza di animali che costituiscono il serbatoio naturale del virus, come alcune specie di pipistrelli frugivori.

Anche alcune pratiche culturali possono favorire la trasmissione, in particolare i riti funebri che prevedono un contatto diretto con il corpo del defunto. Tutto ciò crea le condizioni affinché una trasmissione accidentale dall’animale all’uomo possa trasformarsi in una trasmissione tra esseri umani.

Va comunque ricordato che il virus Ebola si trasmette esclusivamente attraverso il contatto con i fluidi corporei.

Quindi, ad esempio, durante contatti molto ravvicinati o rapporti sessuali?

Per il momento la trasmissione sessuale non rappresenta la principale via di contagio. Si tratta soprattutto di persone gravemente malate con le quali si può entrare in contatto attraverso la saliva, le secrezioni o la biancheria contaminata. È proprio per questo motivo che gli operatori sanitari figurano tra le categorie maggiormente esposte. Soprattutto perché, nelle fasi iniziali, i sintomi sono molto generici e difficili da riconoscere tempestivamente, mentre il periodo di incubazione può arrivare fino a ventuno giorni, anche se varia da persona a persona. Generalmente oscilla tra due e ventuno giorni.

Un altro aspetto importante è che, secondo le conoscenze scientifiche attuali, non esiste alcuna evidenza di una trasmissione da soggetti asintomatici, cioè persone infette che non presentano alcun sintomo clinico. Possiamo fare un parallelo con l’hantavirus: anche in questo caso, finora non sono stati dimostrati casi di trasmissione asintomatica.

L’obiettivo principale è quindi identificare i casi il più precocemente possibile e disporre di adeguate capacità diagnostiche per isolare immediatamente le persone risultate positive. Tutte le principali organizzazioni internazionali si sono già mobilitate: l’OMS, l’ECDC, Medici Senza Frontiere e numerose autorità sanitarie nazionali, sia sul terreno sia attraverso attività di coordinamento internazionale.

Secondo lei esiste un rischio concreto che il virus possa diffondersi oltre questa regione dell’Africa, anche a causa dei movimenti migratori?

Le organizzazioni internazionali ritengono oggi che il rischio a livello regionale sia elevato o molto elevato, mentre il rischio di trasmissione in Europa o in altre parti del mondo rimane molto basso.

Un virus come Ebola difficilmente può provocare una pandemia mondiale per diversi motivi. Innanzitutto è relativamente poco trasmissibile e, soprattutto, il contagio avviene principalmente quando il paziente è già gravemente malato. Una persona in queste condizioni, normalmente, non viaggia né si sposta liberamente. Inoltre, le misure di isolamento consentono nella maggior parte dei casi di interrompere le catene di trasmissione. Fino a oggi Ebola non ha mai provocato una pandemia globale.

Naturalmente, considerando la rapidità degli spostamenti internazionali, non si possono escludere casi importati. Tutti i Paesi hanno predisposto protocolli di sorveglianza per il personale sanitario, gli operatori umanitari e il personale religioso che rientrano dalle aree colpite. Il rischio di trasmissione nei nostri Paesi resta comunque basso, ma è fondamentale seguire con estrema attenzione l’evoluzione della situazione nella Repubblica Democratica del Congo. Non soltanto per proteggere l’Europa, ma anche perché queste epidemie hanno conseguenze umane, sanitarie e sociali enormi che non possiamo permetterci di ignorare.

Un virus che continua a circolare può favorire un’immunità collettiva, come alcuni ricercatori ipotizzano per l’hantavirus in alcune aree dell’America Latina?

Il fatto che un virus circoli all’interno di una popolazione può effettivamente determinare un certo livello di immunità collettiva, che rappresenta di per sé un meccanismo di protezione. Tuttavia, bisogna sempre trovare un equilibrio tra il lasciare circolare un virus e l’evitare epidemie devastanti.

Prevedere con precisione l’impatto di un virus su una determinata popolazione è estremamente difficile, soprattutto in contesti caratterizzati da povertà, infrastrutture sanitarie carenti e conflitti armati. In queste situazioni, l’impatto dell’epidemia è inevitabilmente amplificato.

Ha l’impressione che la pandemia di coronavirus abbia cambiato il modo in cui gli scienziati valutano i rischi legati ai virus emergenti?

Sì, senza alcun dubbio.

Innanzitutto perché oggi comprendiamo molto meglio i meccanismi di trasmissione e quelli di patogenicità, cioè la capacità di un microrganismo di provocare una malattia nell’ospite. Le ricerche sul SARS-CoV-2, ma anche su molti altri virus, hanno arricchito enormemente le nostre conoscenze. I ricercatori sono oggi molto più consapevoli di problematiche che un tempo si ritenevano ormai superate semplicemente perché descritte nei manuali.

C’è poi un altro aspetto fondamentale: nonostante il trauma della pandemia di COVID-19, quella crisi ci ha lasciato in eredità una maggiore capacità di collaborazione tra comunità scientifica, autorità sanitarie e operatori sul territorio. In Italia, ad esempio, questa capacità di lavorare in rete ha rappresentato un’esperienza estremamente positiva.

Il rischio, oggi, sarebbe quello di disperdere questo patrimonio di competenze e di collaborazione, proprio mentre la popolazione vive una profonda stanchezza, molta paura e, in alcuni casi, una crescente diffidenza nei confronti delle istituzioni e della scienza. Sarebbe un vero peccato, perché significherebbe vanificare almeno in parte gli importanti progressi compiuti negli ultimi anni nella preparazione e nella risposta alle emergenze .

Autore

  • Di origine francese (o per meglio dire nata e cresciuta a Parigi), ormai da alcuni anni è residente in Italia dove alterna la professione di insegnante della sua madrelingua con la passione per la scrittura, il giornalismo e la politica internazionale.  Grazie a questa collaborazione mediaquattro.it allarga i suoi interessi - appunto - ai temi di attualità politica e sociale, e non solo a quelli italiani

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