La sostenibilità ambientale e le città del futuro
Intervista a Giambattista Brizzi (Deerns Italia) sugli sviluppi della progettazione urbana: valorizzare l’energia sprecata obiettivo fondamentale. L’esempio delle infrastrutture scolastiche
Il cambiamento climatico è una realtà con la quale – nonostante qualche “strana” e a volte interessata voce dissonante – soprattutto le generazioni future dovranno fare i conti: ma è quella attuale, di generazione, che deve cominciare ad operare per scongiurare i pericoli che ne derivano per la vita sul pianeta. Spetta ai politici, ai potenti della Terra, con l’aiuto della scienza indicare la strada da percorrere, anche se i risultati delle varie COP, specialmente in questi ultimi anni, hanno lasciato un po’ a desiderare su questo fronte.
L’aiuto della scienza, si è detto, può fare molto per la salvaguardia dell’ambiente: in particolare nel determinare un cambiamento radicale del modo di pensare, di organizzare l’attività umana anche per quel che riguarda l’utilizzo del territorio. Ne è un esempio pratico il modo in cui ricercatori e specialisti possono guidare la realizzazione di strutture, anche minime, capaci di ridurre l’impatto ambientale in maniera sensibile. Quel che è avvenuto, ad esempio, con alcune strutture scolastiche grazie all’impegno strategico di una società di consulenza internazionale, come ci racconta in questa intervista Giambattista Brizzi (Expert Building Physics di Deerns Italia)
In che modo i vostri progetti recenti stanno cambiando il modo di affrontare clima ed energia nelle città?
Progettare per il clima di ieri non funziona più. Partiamo da pochi dati semplici, le città sono più calde, più dense, più esposte a stress termici ed eventi estremi. Quindi noi non trattiamo clima ed energia come “vincoli”, ma come il vero motore della trasformazione urbana.
La prima azione è che riduciamo il fabbisogno prima ancora di parlare di impianti. E lo facciamo non basandoci sull’intuizione o su alcune indicazioni prescrittive passate di voce in voce, ma combinando la fisica tecnica ambientale con un’intensa attività digitale di R&D. Usiamo progettazione parametrica e simulazioni per leggere il microclima come l’orientamento, l’irraggiamento, l’ombreggiamento, la ventilazione naturale, il comfort outdoor. In un processo integrato serio, studio dei venti, daylighting, suono e LCA non arrivano alla fine come timbro di approvazione, ma entrano nel progetto sin dalla fase di concept come driver progettuali.
La seconda azione è la sinergia energetica urbana. In città, l’energia “sprecata” è una risorsa che non stiamo ancora valorizzando abbastanza. Noi progettiamo sistemi che scambiano calore ed energia tra funzioni diverse, riducendo scarti e picchi: uffici e residenze con profili complementari, reti a bassa temperatura, loop termici, recuperi mirati. Anche i data center possono trasformarsi in veri e propri hub: se progettati adeguatamente e integrati nel contesto urbano, non sono solo consumatori ma anche produttori di calore utile, che può alimentare reti di teleriscaldamento e servizi per la città.
Quali benefici concreti possono generare, su larga scala, interventi come quelli sperimentati nelle scuole e negli spazi urbani?
Le scuole sono l’infrastruttura climatica più sottovalutata che abbiamo. Perché sono ovunque, sono pubbliche, e spesso hanno grandi superfici esterne oggi asfaltate, impermeabili e sottoposte ad un surriscaldamento delle temperature.
L’esperienza dei progetti che abbiamo seguito a Parigi è interessante proprio perché è replicabile: trasformare cortili asfaltati in “isole di mitigazione” con più verde, ombra, suoli drenanti e spazi didattici all’aperto. E c’è un aspetto tecnico che, da solo, spiega perché vale la pena farlo: i cortili asfaltati, esposti al sole diretto, possono arrivare a temperature superficiali dell’ordine di 50–60 °C. Non è solo un “disagio” per i bambini e ragazzi che poi devono vivere quegli spazi nei loro momenti ricreativi, ma è anche moltiplicatore dell’isola di calore.
Cosa ottieni se porti questo approccio nei cortili scolastici italiani, in modo sistemico? I dati raccontano quanto potenziale stiamo lasciando sul tavolo. Secondo Ecosistema Scuola 2024 (Legambiente), su 7.024 edifici scolastici, il 67% dichiara aree verdi fruibili. Ma c’è un dettaglio che pesa, solo il 42% delle scuole che hanno aree verdi le usa in modo strutturato per attività didattiche all’aperto.
La chiave per scalare non è il “progetto iconico”, ma un format più semplice ed efficace: linee guida, palette materiali, dettagli tipo, metriche di performance (temperatura, ombra, drenaggio, fruibilità), e un modello di manutenzione realistico.
Che ruolo può avere l’economia circolare nella trasformazione dell’edilizia nei prossimi anni?
La direzione europea e internazionale è ormai inequivocabile, non si valuta più solo l’energia consumata dagli edifici durante la loro fase di utilizzo, ma cresce sempre di più l’attenzione verso il carbonio incorporato nei materiali e la loro gestione lungo tutto il ciclo di vita dell’edificio.
La CO₂ non rappresenta più unicamente una questione ambientale, ma è diventata anche un parametro economico rilevante. Progettare senza considerare l’impronta di carbonio significa esporsi a rischi concreti: ad esempio, l’introduzione futura di una possibile carbon tax sui materiali penalizzerebbe fortemente gli edifici ad alto impatto emissivo. Al contrario, gli immobili a basse emissioni potranno accedere più facilmente a finanziamenti green, incentivi e ottenere persino un valore aggiunto (“green premium”) sul mercato.
Attualmente, le due diligence più avanzate comprendono audit energetici e la valutazione dell’embodied carbon. I grandi locatari vogliono edifici allineati ai loro obiettivi ESG e un progetto poco trasparente sulle emissioni rischia di essere escluso o di comportare costi aggiuntivi per adeguarsi agli standard richiesti. In questo contesto, Deerns Italia si distingue come pioniere nei progetti Built By Nature Italia e Timber Forward Italia, promuovendo attivamente l’uso del legno come leva strategica per decarbonizzare gli edifici e favorire la trasformazione sostenibile del settore, allineandosi alle ultime tendenze in materia.
Si sta inoltre riscoprendo l’importanza di pratiche antiche come l’urban mining: un edificio esistente viene concepito come una vera e propria miniera di materiali. Ciò si realizza grazie al “pre-demolition audit”, ovvero una valutazione preventiva delle condizioni dell’edificio per identificare i materiali recuperabili da reinserire nel ciclo produttivo circolare.
L’obiettivo principale è minimizzare i rifiuti destinati in discarica, puntando a riciclare e recuperare almeno il 95% dei materiali generati dal cantiere, superando ampiamente il requisito minimo previsto dai criteri ambientali cogenti per gli appalti pubblici. A Milano, Deerns ha coordinato un intervento di strip-out circolare molto complesso. Dopo una prima verifica dei materiali presenti, sono stati recuperati in loco pavimenti galleggianti, porte tagliafuoco e sanitari, mentre moquette e facciate vetrate sono state recuperate fuori sede. Sono state inoltre monitorate le emissioni di CO2 associate al trasporto e allo smaltimento e, grazie alla collaborazione tra general contractor e stakeholder, si è riusciti a evitare la discarica per oltre il 95% dei materiali.
Questo è quello che credo possa essere l’impatto virtuoso nell’applicare soluzioni circolari.
Qual è, secondo voi, la direzione di innovazione su cui dovrebbero investire oggi le città per prepararsi al futuro?
Per anni l’innovazione urbana è stata confusa con l’icona: più alto, più strano, più tecnologico. Ma il cambiamento climatico ci ha riportati all’essenza dell’architettura. La sua funzione primaria non è rappresentare, ma proteggere. Proteggerci dal caldo estremo, dalle piogge intense, dai blackout energetici, dall’inquinamento invisibile che respiriamo ogni giorno.
Winston Churchill nel 1943 disse una frase che mi piace molto e che oggi suona quasi profetica: “Noi plasmiamo i nostri edifici e poi sono loro a plasmare noi.”
All’epoca parlava del Parlamento britannico, del rapporto tra spazio e democrazia. Oggi quella frase va letta in chiave climatica e sociale. Perché gli edifici e le città che stiamo costruendo ora stanno letteralmente plasmando il nostro corpo, il nostro comportamento e la nostra capacità di adattarci a un clima che cambia.
La direzione giusta, oggi, è un’innovazione che metta al centro la resilienza e il benessere delle persone, non solo l’efficienza dei sistemi. Città che continuano a funzionare quando le condizioni diventano difficili; edifici che restano abitabili durante un’ondata di calore, anche senza affidarsi esclusivamente alla climatizzazione; spazi che riducono il rischio invece di amplificarlo.
Ed è qui che entra in gioco un tema chiave come la biofilia. La biofilia riconosce che siamo organismi biologici, evoluti in relazione con la natura. Allontanarci da luce naturale, aria di qualità, vegetazione, cicli naturali, ha un costo fisico e mentale enorme. Riavvicinarci, invece, è una delle forme più efficaci e sottovalutate di adattamento climatico, salute e benessere.
Più alberi e ombra non servono solo ad abbassare la temperatura urbana. Migliorano la vivibilità degli spazi esterni, riducono lo stress, aumentano il benessere percepito. Più luce naturale ben progettata non è solo una questione energetica, ma regola il ritmo circadiano, migliora il sonno, riduce la dipendenza da “correttivi” artificiali come stimolanti di giorno e sedativi di notte.
Le città del futuro dovranno investire in architetture e spazi pensati per essere abitati. Perché un edificio vuoto non è sostenibile, anche se è certificato, anche se è “net zero”, anche se ha tutti i bollini giusti. Se non risponde ai bisogni reali delle persone, è solo un accumulo di risorse sprecate.
Quindi ciò che costruiamo ci influenza e se costruiamo città ostili, stressanti, surriscaldate, ci plasmeranno in persone stanche, fragili, sempre in emergenza. Se, invece, costruiamo città biofile, resilienti, adattabili, capaci di farci stare bene, ci plasmeranno in comunità più sane, più consapevoli, più capaci di affrontare il futuro.
L’innovazione vera non è chiedersi “quanto è avanzato e tecnologico questo edificio?”, ma “questa architettura ci aiuta a vivere meglio, oggi e domani?”.









