lunedì, Marzo 9, 2026
AgricolturaAmbiente

Pesticidi: l’Europa vuole semplificare

Il 16 dicembre sarà una giornata chiave per il futuro della salute pubblica e dell’ambiente in Europa. È prevista infatti la pubblicazione del VI pacchetto di “semplificazione” da parte della Commissione europea, un pacchetto che questa volta riguarderà la regolamentazione dei pesticidi e di altri inquinanti. La bozza trapelata della proposta evidenzia la volontà di smantellare il sistema che tiene queste sostanze chimiche nocive lontane dal nostro cibo, dall’acqua e dagli ecosistemi.

Tutto ciò avviene nel momento in cui alcune sentenze della Corte di Giustizia e il ritiro della pubblicazione scientifica su uno studio preso a riferimento per concedere e rinnovare le autorizzazioni al commercio del glifosato, uno degli agenti chimici agricoli più controversi in assoluto, gettano ulteriori ombre sulla Commissione europea che sembra ben condizionata dalle potenti lobby dell’agrochimica.

Dinanzi a questa prospettiva 10 associazioni italiane[1], unendosi a molte altre a livello europeo, chiedono alla Commissione di ripensarci e rafforzare gli sforzi per uscire dalla dipendenza dalle sostanze di sintesi chimica e non diminuire le protezioni oggi garantite dalla normativa vigente. Le associazioni affermano che “Questi cambiamenti fanno parte di un più ampio atteggiamento dell’attuale Commissione Von der Leyen, che si sta piegando alle richieste dell’agroindustria, dando priorità ai profitti a breve termine di pochi rispetto a una transizione agroecologica che permetterebbe di salvare tante aziende agricole italiane. Si preferisce destinarle invece al fallimento trascurando insieme salute pubblica e sicurezza ambientale, venendo meno al patto verde (Green Deal, anch’esso in via di smantellamento, NdR) con i cittadini europei”.

Da quanto è emerso da alcune indiscrezioni, infatti, la Commissione europea sta pianificando addirittura l’autorizzazione a vita per i pesticidi. La maggior parte dei pesticidi, cioè, non dovrebbe più essere rivalutata ogni 10-15 anni per tenere conto dei nuovi studi scientifici sulla loro sicurezza e potrebbe rimanere approvata a tempo indeterminato. In base alle nuove norme, inoltre, i Paesi membri dell’Ue non sarebbero più tenuti a prendere in considerazione gli ultimi studi scientifici indipendenti prima di approvare l’utilizzo dei pesticidi. Come se non bastasse, la Commissione vorrebbe, inoltre, raddoppiare il periodo durante il quale pesticidi altamente tossici possono ancora essere venduti dopo essere stati vietati perché dannosi per la nostra salute o per l’ambiente. Invece di 1,5 anni, i cittadini potrebbero essere esposti a queste sostanze chimiche per 3 anni.

Queste proposte vanno a sommarsi alle deregolamentazioni dei precedenti pacchetti Omnibus[2], che in nome di una falsa “semplificazione” e risparmio economico riportano la protezione di ambiente e salute indietro di decenni, non rendendosi conto dei danni a lungo termine di tali decisioni.

Per questo motivo le associazioni chiedono ai cittadini di attivarsi anche attraverso la petizione messa a disposizione da PAN Europe sul sito https://www.pan-europe.info/end-toxic-pesticide-age  per chiedere alla Commissione europea di modificare la proposta e rendere l’Europa un continente libero dai pesticidi.

Assieme a questa iniziativa è stato presentato il dossier Stop pesticidi nel piatto 2025 realizzato come di consueto da Legambiente, quest’anno con il sostegno di AssoBio  e Consorzio Il Biologico, unendo così impegno ambientalista, esperienza del biologico e rappresentanza delle imprese. Il dossier, presentato anche dalla rivista “La Nuova Ecologia”, analizza 4.682 campioni di frutta, ortaggi, cereali, prodotti trasformati e alimenti di origine animale, provenienti sia dall’agricoltura convenzionale che da quella biologica.

Per quanto riguarda l’agricoltura convenzionale, la metà dei campioni dei prodotti risulta priva di residui (50,94%, in flessione rispetto al 2024, anno in cui i campioni privi di residui erano il 57,32%), ma quasi il 48% contiene tracce di uno o più fitofarmaci. Il 17,33% presenta un solo residuo, mentre il 30,26% presenta residui molteplici, un dato in evidente peggioramento, con un incremento del 14,93% rispetto all’anno scorso. Si tratta dell’“effetto cocktail”, che non viene considerato dalla normativa europea sull’utilizzo dei fitofarmaci: le autorizzazioni restano calcolate sostanza per sostanza, come se l’esposizione reale non fosse quasi sempre combinata o multipla.

Secondo il dossier, la percentuale complessiva di irregolarità rispetto ai limiti fissati dall’Ue (1,47%) può sembrare contenuta, ma non racconta il vero rischio: non considera le esposizioni cumulative, gli effetti additivi e sinergici, né l’impatto nel tempo sugli ecosistemi e la salute. Il comparto più problematico appare la frutta: tre campioni su quattro (75,57%) contengono residui diversi (“multiresiduo”), e il 2,21% risulta non conforme, con frequenti superamenti dei limiti di legge. 

Migliora un po’ la situazione nel settore orticolo: i residui sono presenti nel 40,17% dei casi, per quanto con non-conformità limitate (1,03%). Vanno meglio i prodotti trasformati (32,89% con residui) e molto positivo appare il quadro relativo al settore zootecnico, con quasi l’88% dei campioni totalmente esenti, anche se  sarebbe opportuno ampliare l’analisi dei residui negli animali includendo anche la presenza di sostanze come gli antibiotici.

Infine una parte del dossier è dedicato al biologico: qui l’87,7% dei campioni analizzati è totalmente privo di residui, si evince solo un caso di irregolarità complessiva, probabilmente dovuta al fenomeno della deriva di pesticidi da aree limitrofe all’azienda di produzione bio. Infatti il biologico non fa uso di sostanze chimiche di sintesi, sia per i fitofarmaci che per i fertilizzanti. E per fortuna il settore in Italia è in crescita, si punta a raggiungere, come indicato dall’Ue, il 25% della SAU in biologico entro il 2030, superficie che diverse regioni d’Italia (Valle d’Aosta, Toscana, Marche, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e provincia Autonoma di Bolzano) hanno già raggiunto e superato. Ma è necessario puntare su un’informazione più radicale ed estesa dei consumatori circa le opportunità offerte, non solo per la salute ma anche per l’ambiente, da questo tipo di agricoltura, l’unica realmente sostenibile ed anche più resiliente ai cambiamenti climatici, che lavora rispettando il più possibile la biodiversità.

Attraverso il suo dossier Legambiente chiede nuovamente un cambio di passo serio, con azioni come il potenziamento del monitoraggio e del biomonitoraggio ambientale; misure penali chiare contro la produzione e il traffico di pesticidi illegali, purtroppo ancora rilevati; un efficace supporto agli agricoltori nella conversione verso l’agricoltura biologica e l’agricoltura integrata avanzata. Nuova Ecologia indica che il dossier insiste su un punto politico decisivo: il diritto all’alimentazione sicura non può essere affidato solo ai controlli finali o alle scelte dei consumatori. Serve una visione pubblica, un Green Deal agricolo che non arretri di fronte alle pressioni dell’agribusiness e che introduca strumenti concreti per portare avanti efficacemente la transizione ecologica del settore primario.


Autore

  • Luigi Guarrera

    Laureato in lettere e filosofia, giornalista pubblicista dal 1983 (collaboratore a Vita Italiana, Terra e Vita, Airone, Mediterraneo, La Nuova Ecologia, Panda, ed altre testate), socio dell’ARGA Lazio, è sempre stato un appassionato difensore della natura, consigliere del WWF Italia e coordinatore negli anni ‘90 del Programma Mediterraneo del WWF internazionale. Ha avviato tra l'altro le attività di conservazione per le foche monache in Grecia, Turchia e in Italia come membro fondatore del Gruppo Foca Monaca A.p.s. Da sempre attivo anche in ambito agricolo, ha lavorato fin dagli anni ’80 per lo sviluppo dell’agricoltura biologica, l’unico modello di agricoltura amica dell’ambiente, e della sua legislazione, prima come direttore dell’AMAB-Associazione Mediterranea per l’Agricoltura Biologica, e dal 2005 come consulente del CIHEAM-Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, organizzazione intergovernativa con la quale è stato ed è impegnato con progetti in vari paesi del Mediterraneo e dei Balcani, sovente anche come esperto della Commissione europea (TAIEX), per sviluppare anche lì, attraverso l’approssimazione alla legislazione europea, il settore del biologico. Fa parte dello staff del SINAB-Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica.

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