Lula rieletto in Brasile: cosa cambia per il clima
Il presidente brasiliano conquista un quarto mandato e rilancia la questione ambientale. La deforestazione amazzonica è ai minimi storici, ma restano le sfide legate alla tutela della foresta, agli interessi economici e agli equilibri politici.
La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali brasiliane del 25 ottobre 2026 riporta al centro del dibattito internazionale il futuro dell’Amazzonia e la lotta ai cambiamenti climatici. Il presidente uscente ha conquistato un quarto mandato, non consecutivo, superando al ballottaggio il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo i risultati ufficiali diffusi dal Tribunale Superiore Elettorale, Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti validi, contro il 48,21% del suo avversario. Una vittoria che assume un significato particolare anche sul piano ambientale, considerando il ruolo del Brasile nella conservazione della più grande foresta tropicale del pianeta.
Il Paese ospita infatti una parte fondamentale dell’Amazzonia, un ecosistema che contribuisce all’assorbimento dell’anidride carbonica, alla regolazione delle precipitazioni e alla conservazione della biodiversità. Le decisioni del governo brasiliano in materia di deforestazione, agricoltura ed energia hanno quindi conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali.
Perché le elezioni brasiliane riguardano il clima globale
Il legame tra il risultato elettorale e la crisi climatica passa soprattutto attraverso la protezione dell’Amazzonia.
La foresta svolge un ruolo importante nel ciclo globale del carbonio, immagazzinando grandi quantità di CO₂ nella vegetazione e nei suoli. Quando gli alberi vengono abbattuti o distrutti dagli incendi, una parte del carbonio accumulato viene rilasciata nell’atmosfera, contribuendo all’aumento delle emissioni di gas serra.
La deforestazione compromette inoltre il ciclo dell’acqua, riducendo la capacità della vegetazione di generare umidità e influenzando il regime delle precipitazioni in Sud America.
Secondo numerosi studi scientifici, la combinazione tra perdita di copertura forestale, incendi e aumento delle temperature potrebbe avvicinare alcune aree dell’Amazzonia a un punto critico, oltre il quale l’ecosistema rischierebbe di trasformarsi progressivamente in un ambiente più secco.
In questo scenario, le politiche adottate dal governo brasiliano rappresentano uno degli strumenti per limitare la perdita di foresta e contenere le conseguenze ambientali.
Deforestazione ai minimi storici durante il governo Lula
Uno degli elementi più rilevanti della precedente amministrazione Lula riguarda la riduzione della deforestazione.
Secondo i dati diffusi il 16 ottobre 2026 dall’Istituto nazionale brasiliano per le ricerche spaziali (INPE), tra agosto 2025 e luglio 2026 sono stati disboscati 3.335 chilometri quadrati di foresta amazzonica.
Il dato rappresenta una diminuzione del 41,8% rispetto al periodo precedente, quando erano stati registrati 5.731 chilometri quadrati, ed è il livello più basso dall’inizio della serie storica di monitoraggio satellitare, nel 1988.
Rispetto al 2022, ultimo anno della presidenza di Jair Bolsonaro, la riduzione complessiva raggiunge circa il 71%.
Un andamento positivo è stato registrato anche nel Cerrado, la vasta savana tropicale brasiliana, dove la deforestazione è diminuita del 23,8% nell’ultimo periodo di rilevazione.
Questi risultati sono stati associati al rafforzamento dei controlli ambientali, al monitoraggio satellitare e alla riattivazione delle politiche di contrasto al disboscamento illegale.
Tra gli strumenti utilizzati figura il Piano d’azione per la prevenzione e il controllo della deforestazione nell’Amazzonia legale, rilanciato dal governo Lula dopo il suo ritorno alla presidenza nel 2023.
La diminuzione delle superfici disboscate rappresenta un risultato misurabile, ma non significa che il problema sia risolto. Ogni anno continuano infatti a scomparire migliaia di chilometri quadrati di vegetazione, mentre incendi, siccità e attività estrattive esercitano ulteriori pressioni sugli ecosistemi.
Lula e Bolsonaro, due approcci differenti alla tutela ambientale
La questione ambientale ha rappresentato uno degli elementi di differenza tra i due candidati.
Durante la presidenza di Jair Bolsonaro, dal 2019 al 2022, il Brasile aveva registrato un aumento della deforestazione amazzonica e un indebolimento di diversi strumenti di controllo ambientale.
Con il ritorno di Lula al governo nel 2023, sono state ripristinate alcune politiche di protezione della foresta, rafforzate le attività delle autorità ambientali e rilanciate iniziative di cooperazione internazionale.
Flávio Bolsonaro, candidato sconfitto nel ballottaggio del 2026, ha invece sostenuto una linea favorevole alla semplificazione delle autorizzazioni ambientali e alla riduzione degli ostacoli normativi per gli investimenti.
Il suo programma prevedeva l’azzeramento della deforestazione illegale entro il 2029, mentre Lula ha mantenuto l’obiettivo di eliminare la deforestazione entro il 2030.
La distinzione tra deforestazione illegale e deforestazione complessiva è significativa: alcune attività di abbattimento degli alberi possono infatti essere autorizzate dalla legislazione brasiliana, pur comportando conseguenze ambientali.
Per questo motivo, il confronto politico non riguarda soltanto l’intensità dei controlli, ma anche il modello di sviluppo economico e il rapporto tra tutela degli ecosistemi, produzione agricola e sfruttamento delle risorse naturali.
Il ruolo del Brasile nella diplomazia climatica internazionale
La rielezione di Lula arriva dopo un periodo nel quale il Brasile ha cercato di rafforzare la propria presenza nei negoziati internazionali sul clima.
Nel novembre 2025, la città amazzonica di Belém ha ospitato la COP30, la conferenza delle Nazioni Unite dedicata ai cambiamenti climatici.
L’appuntamento ha riportato l’attenzione internazionale sulla protezione delle foreste tropicali, sul finanziamento delle politiche ambientali e sulla necessità di conciliare la riduzione delle emissioni con lo sviluppo economico.
Il governo brasiliano ha inoltre promosso strumenti di finanziamento destinati alla conservazione forestale, tra cui il Tropical Forest Forever Facility, concepito per sostenere economicamente i Paesi che proteggono le proprie foreste.
La continuità della presidenza Lula potrebbe consentire al Brasile di proseguire questo percorso diplomatico, anche se l’efficacia delle iniziative dipenderà dalle risorse disponibili e dagli accordi raggiunti con gli altri Paesi.
Le contraddizioni della politica ambientale brasiliana
Nonostante i risultati ottenuti contro la deforestazione, la politica climatica del governo Lula presenta alcune contraddizioni.
Il Brasile continua infatti a investire nella produzione di petrolio e gas, settori che rappresentano una componente importante dell’economia nazionale ma che contribuiscono alle emissioni globali di gas serra.
Tra le decisioni più discusse figura l’autorizzazione alle attività esplorative di Petrobras nella regione della Foz do Amazonas, al largo della costa settentrionale brasiliana.
La scelta ha suscitato critiche da parte di organizzazioni ambientaliste e ricercatori, preoccupati per i rischi sugli ecosistemi e per la compatibilità di nuovi investimenti petroliferi con gli obiettivi climatici.
Il governo sostiene invece la necessità di utilizzare le risorse energetiche per finanziare lo sviluppo economico e accompagnare la transizione verso fonti meno inquinanti.
La sfida consiste quindi nel conciliare la tutela delle foreste con un modello produttivo ancora fortemente legato alle attività estrattive e all’espansione agricola.
Un Congresso diviso e le sfide del nuovo mandato
La vittoria presidenziale non garantisce automaticamente a Lula la possibilità di realizzare tutte le proprie proposte ambientali.
Il nuovo Congresso brasiliano presenta una presenza significativa di forze politiche contrarie ad alcune delle misure di tutela ambientale sostenute dal governo.
Il Partito Liberale di Flávio Bolsonaro ha rafforzato la propria rappresentanza parlamentare, mentre le forze centriste avranno un ruolo importante nell’approvazione delle future leggi.
Tra le questioni aperte figurano la disciplina delle autorizzazioni ambientali, il riconoscimento dei territori indigeni, la gestione delle risorse naturali e il contrasto alle attività illegali nella foresta.
Le comunità indigene, in particolare, svolgono un ruolo importante nella conservazione degli ecosistemi amazzonici, ma continuano a confrontarsi con pressioni legate all’estrazione mineraria, al disboscamento e all’espansione delle attività economiche.
La capacità del governo di proteggere questi territori sarà uno degli elementi attraverso cui valutare i risultati del nuovo mandato.
Il futuro dell’Amazzonia dopo la vittoria di Lula
La rielezione di Lula rappresenta dunque un elemento di continuità per le politiche brasiliane di contrasto alla deforestazione, ma non elimina le difficoltà che il Paese dovrà affrontare nei prossimi anni.
I dati mostrano che il rafforzamento dei controlli e delle istituzioni ambientali può contribuire a ridurre la distruzione delle foreste. Allo stesso tempo, la prosecuzione degli investimenti nei combustibili fossili e le pressioni economiche sui territori evidenziano i limiti di una transizione ancora incompleta.
Il Brasile si trova così davanti a una scelta che riguarda il proprio sviluppo economico, ma anche gli equilibri climatici internazionali: mantenere i risultati ottenuti nella protezione dell’Amazzonia e trasformarli in una strategia duratura, capace di conciliare produzione, occupazione e conservazione degli ecosistemi.
La vittoria elettorale definisce la continuità della guida politica del Paese. Saranno però le decisioni dei prossimi quattro anni a determinare quanto questa continuità si tradurrà in risultati concreti per il clima.
