Israele al voto tra paura e speranza di cambiamento
Mentre i circa 955.000 israeliani che vivono all’estero si preparano a rientrare in Israele per votare alle elezioni legislative di martedì 27 ottobre, due amici di passaggio a Roma raccontano un Paese lacerato dal ricordo del massacro del 7 ottobre. E parlano della prospettiva di un’alternanza politica che si scontra con l’odio, la paura e il crollo della speranza in una pace che sembra ormai impossibile.
A Roma, in questa fine di ottobre, fa ancora caldo. Nathan e Dan sono arrivati per trascorrere una serata con alcuni amici prima di ripartire per Tel Aviv. Dan si è trasferito in Portogallo sette anni fa. Da allora non è più tornato in Israele e l’idea di rientrare nel suo Paese, dopo tanto tempo, per questo appuntamento elettorale che potrebbe forse cambiare, almeno in parte, le cose, lo angoscia. Nathan, invece, vive a Tel Aviv. È venuto a Roma, prima delle elezioni, soltanto per cenare con gli amici romani. Un colpo di testa dice, una decisione presa all’ultimo momento, di cui aveva bisogno per riprendere fiato in mezzo a tutto quel caos.
Arrivano l’aperitivo, il rosé e lo spritz, e la conversazione prende subito il via. Si parla di tutto, come fanno i vecchi amici: della vita in Europa, dell’ultimo film visto, della situazione negli Stati Uniti e delle elezioni che incombono in Spagna, in Italia e in Francia. Ma è quando ci si mette a tavola che le lingue si sciolgono.
Martedì prossimo gli israeliani dovranno scegliere tra la continuità e il caos con Benjamin Netanyahu oppure il cambiamento, almeno parziale, rappresentato dall’opposizione.
«Non capisco come una parte del Paese possa essere ancora disposta a dargli fiducia, dopo le rivelazioni appena pubblicate, secondo cui era stato avvertito che Hamas si stava preparando ad attaccarci. Quest’uomo è mostruoso! Pochi giorni prima del massacro aveva mandato in Qatar il capo del Mossad, i servizi segreti, per chiedere che venissero dati più soldi ad Hamas, affinché i miliziani se ne stessero tranquilli», sbotta Nathan.
Poi aggiunge che il 7 ottobre i miliziani disponevano di equipaggiamenti militari di altissimo livello, venduti dagli israeliani al Qatar, che li avrebbe poi consegnati ad Hamas.
«In pratica, Hamas ci ha sparato addosso con armi israeliane! Un giorno scopriremo probabilmente che il Qatar ha finanziato anche Netanyahu!».
Dietro le sue parole si avverte una rabbia che cresce, quasi fisica. E anche una profonda inquietudine. Perché, ammette, anche se «Bibi» perdesse le elezioni, nulla garantisce che le cose cambierebbero davvero e che i suoi avversari riuscirebbero a governare.
La competizione si annuncia particolarmente serrata in questo sistema elettorale proporzionale e, secondo i sondaggi, nessuno dei due grandi blocchi sembra in grado di raggiungere la soglia dei 61 seggi necessaria per ottenere la maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano.
L’unica soluzione sarebbe affidarsi ai deputati arabi israeliani delle due liste, la Lista araba unita e Ra’am, guidata da Mansour Abbas, che si è detta pronta a lavorare con il blocco di Gadi Eisenkot, l’ex capo di Stato maggiore che, già quattro anni fa, ha appeso l’uniforme al chiodo per scendere nell’arena politica.
«Senza i voti degli arabi nessuno raggiungerà i 61 seggi necessari. E allora come pensate che possa funzionare?», si domanda ad alta voce Dan, versandosi un altro bicchiere di Barolo.
In Israele, sostiene, dalla strage del 7 ottobre la parola «arabo» è diventata quasi sinonimo di maledizione.
Nathan interviene e spiega che la retorica del governo di Benjamin Netanyahu contribuisce ad alimentare un clima di odio e diffidenza e, soprattutto, a mantenere la confusione tra gli arabi israeliani e Hamas.
«Queste persone descrivono gli arabi israeliani come il diavolo in persona. Ma bisogna guardare in faccia la realtà: fanno parte del nostro Paese. Se tutti gli arabi israeliani smettessero di lavorare, il Paese sarebbe finito, non funzionerebbe più nulla. Rappresentano il 20% della popolazione, sono medici, infermieri e chissà cos’altro».
Il suo ragionamento fila: come può un governo sostenere di voler difendere e rispettare la democrazia, mentre crea una frattura e prende le distanze da una parte degli abitanti del Paese?
«È questo il paradosso. Persino una figura come Mansour Abbas, leader del partito Ra’am, che partecipa alla vita politica israeliana e negozia stanziamenti per la propria comunità, si scontra con l’ostilità di molti elettori semplicemente perché è arabo e musulmano! Non ne usciremo mai!», si infervora Dan.
Ascolto con attenzione e guardo il nostro ospite, Vittorio, che ha la doppia cittadinanza italiana e israeliana. Lui non andrà in Israele a votare. Dice di vivere in Italia e che «non sarebbe etico votare vivendo altrove».
Eppure, si sente profondamente coinvolto. Le sue posizioni spesso scandalizzano gli amici italiani, che gli rimproverano una certa ambiguità, accusa che lui respinge categoricamente.
Quando la conversazione scivola inevitabilmente sulla politica di Benjamin Netanyahu, difende le operazioni militari a Gaza e rifiuta di parlare di genocidio o di crimini contro l’umanità.
«Che cosa si poteva fare dopo il 7 ottobre? Hamas è ancora ben vivo e vuole distruggere Israele. O loro o noi. In tutte le guerre ci sono danni collaterali, vittime, donne e bambini che muoiono. Durante la Seconda guerra mondiale, pensate che la Resistenza e i tedeschi andassero tanto per il sottile?».
Gli chiedo se voterebbe per «Bibi». La risposta è secca:
«No, sceglierò il campo dei democratici. Ma davvero pensi che faranno meglio? Che smetteranno di bombardare? Credi che risolveranno il problema dei coloni in due minuti?».
Questa sera, con Dan, Nathan e Vittorio, si percepisce tutto il disagio che attraversa una società israeliana profondamente divisa.
Secondo Nathan, l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, al quale riconosce un’onestà rara nel mondo politico, sarebbe disposto a formare un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai deputati arabi. Ma senza dichiararlo pubblicamente, perché la paura di perdere elettori a favore del Likud paralizza l’opposizione.
«Persino Eisenkot ha detto che non si siederebbe con gli arabi. Per me è terribile. Dice che potrebbe formare un governo di minoranza sostenuto dagli arabi: già questo sarebbe molto. Ma non sono sicuro che funzionerà, perché tutti i partiti, tranne quello democratico di Yair Golan, dichiarano di essere contrari a qualsiasi alleanza con gli arabi, per paura di perdere voti», mormora Nathan.
Lui ha deciso di votare per il Partito Democratico di Yair Golan.
«Almeno loro difendono la democrazia, la comunità gay, la comunità araba, tutti».
E Gadi Eisenkot?
«Rappresenta la speranza nel senso più ampio del termine. Quando è entrato in politica, dopo aver trascorso gran parte della sua vita nell’esercito, ho subito capito che aveva un grande futuro davanti a sé. Ho detto ai miei amici: quest’uomo diventerà primo ministro! Dice sempre la verità, non pensa soltanto alla propria carriera, come Netanyahu».
La politica dell’odio
Nel corso della cena, la stessa domanda torna continuamente: come può Benjamin Netanyahu godere ancora di un sostegno così ampio nella popolazione e di una base elettorale tanto solida, nonostante il trauma del 7 ottobre?
Per Dan e Nathan, diversi fattori spiegano questa realtà. Innanzitutto, le fratture sociali e storiche che attraversano la società israeliana. Una parte dell’elettorato proveniente dalle comunità ebraiche orientali continua a votare per il Likud, il partito del primo ministro. Un po’ per fedeltà, ma anche perché questi elettori respingono la sinistra israeliana, che, a loro avviso, rappresenta le élite ashkenazite che li disprezzano, spiega Nathan.
«Netanyahu ha saputo sfruttare questi risentimenti. E sa anche come manipolare l’opinione pubblica, raccontando alla gente che la stampa che lo critica dice sciocchezze e pubblica fake news».
Aggiunge che il primo ministro ha sempre ritenuto che l’unico modo per restare al potere fosse dividere la società e distruggere ogni possibilità di riconciliazione.
Un tempo, racconta, «non avevo molta stima degli israeliani che votano a destra, ma rispettavo le loro opinioni. Oggi li disprezzo, e loro disprezzano ancora di più quelli di sinistra. In questo contesto, ho la sensazione che lo scoppio di una guerra civile non sia più un’ipotesi del tutto inconcepibile».
Dan spiega che i sostenitori di Benjamin Netanyahu potrebbero scendere in piazza, come fecero i sostenitori di Donald Trump quando assaltarono il Campidoglio.
Partire o restare
A poche ore dal voto, l’inquietudine cresce. Negli ultimi due anni, molti israeliani altamente qualificati — medici, ricercatori, ingegneri — hanno lasciato il Paese. Per Dan e Nathan, una nuova vittoria di «Bibi» potrebbe spingere altri israeliani a partire.
«Se questo governo resterà al potere e avrò la possibilità di andarmene, sarò felice di lasciare Israele», mormora Nathan.
Dice che laggiù tutto è cambiato. Persino gli israeliani che sostenevano la soluzione dei due Stati non ci credono più. Perché il 7 ottobre Hamas ha ucciso anche la speranza.
«Hamas ha vinto. Dopo tutto quello che è successo, abbiamo perso una parte della nostra umanità. È come se fossimo diventati indifferenti alla sorte dei palestinesi di Gaza. È terribile da dire, e me ne vergogno», confida Nathan.
