lunedì, Ottobre 19, 2026
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Agricoltori e trasportatori in lotta: l’Italia rischia di fermarsi

È soprattutto il Mezzogiorno a fare i conti, ormai da giorni, con una massiccia ondata di proteste che vede insieme autotrasportatori e agricoltori. La mobilitazione, esplosa a metà mese, è la risposta all’impennata del prezzo del gasolio, arrivato a sfiorare i 2,3 euro al litro dopo la scadenza, il 6 ottobre, dello sconto fiscale sulle accise. Il risultato è un Paese che comincia a sentire gli effetti del blocco di Tir e trattori, con la catena logistica e l’approvvigionamento alimentare sottoposti a una pressione crescente.

Il cuore della protesta: blocchi stradali e settori coinvolti

La protesta ha preso le mosse da Puglia e Calabria, per poi allargarsi rapidamente a Sicilia, Basilicata, Campania e Molise. Presidi permanenti e blocchi stradali scandiscono ormai le giornate in molte aree del Sud, rallentando la circolazione e, soprattutto, la distribuzione delle merci.

In Puglia, e in particolare in Capitanata, tir e mezzi agricoli presidiano da giorni la Strada Statale 16, l’autostrada A14 e la A16 nei pressi di Foggia, Lucera e Candela. I manifestanti hanno sospeso le partenze verso il Nord e le isole. Le prime conseguenze sono già visibili: scaffali vuoti nei supermercati e stazioni di servizio rimaste senza carburante.

In Sicilia, invece, il fermo dei mezzi pesanti coinvolge porti e piazzali aziendali dell’intera isola, ostacolando di fatto lo sbarco e l’imbarco delle merci. A Gela, la protesta degli autotrasportatori si è saldata con il presidio permanente avviato nelle settimane precedenti dagli agricoltori.

La situazione resta difficile anche in Campania e Calabria. Code chilometriche si registrano lungo lo snodo dell’A1 Milano-Napoli, tra Nola, Caianello e Caserta Sud. In Calabria, intanto, i comitati spontanei minacciano una marcia compatta verso Roma se dal Governo non arriveranno risposte immediate.

Al centro della mobilitazione ci sono richieste precise: un intervento immediato sulle accise, crediti d’imposta per attenuare il caro carburanti e un tetto massimo al prezzo del gasolio. Sul fronte agricolo, alla questione energetica si aggiungono la crisi dei prezzi alla produzione — soprattutto nel comparto olivicolo — e la denuncia di una concorrenza estera considerata sleale.

Di fronte a una paralisi che rischia di estendersi, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha anticipato al 20 ottobre il tavolo di confronto con il settore. È il tentativo di aprire una mediazione d’urgenza prima che i disagi diventino ancora più pesanti.

Associazioni di categoria: solidarietà, prudenza e timori per la filiera

Le reazioni dei rappresentanti di categoria raccontano bene la complessità del momento: da una parte la preoccupazione per la tenuta economica delle imprese, dall’altra il timore che la protesta produca danni difficilmente recuperabili, soprattutto per le merci deperibili.

Il presidente di Fedagri-Confcooperative, Raffaele Drei, ha espresso solidarietà agli autotrasportatori, ricordando come agricoltura e trasporti siano due anelli della stessa filiera logistica. Ma dalla Confcooperative Agroalimentare arriva anche un avvertimento: i blocchi non devono trasformarsi in un colpo alle produzioni fresche, già esposte al rischio di marcire nei magazzini.

Più dura la linea dei comitati spontanei e dei coordinamenti territoriali. Il Comitato Trasportatori Siciliani (Cts), per esempio, mantiene una posizione più intransigente rispetto alle storiche sigle sindacali nazionali. I suoi coordinatori hanno ribadito che il fermo nei porti continuerà a oltranza, almeno fino alla firma di un protocollo scritto con impegni concreti del Governo per ridurre il costo delle tratte navali e del carburante.

Le associazioni nazionali dell’autotrasporto, pur riconoscendo che gli attuali costi di gestione non sono più sostenibili, invitano invece a riportare la protesta nei tavoli istituzionali. Il timore è che un blocco totale e prolungato finisca per erodere il consenso dell’opinione pubblica e per aggravare i danni all’economia. È qui che si gioca la partita più delicata: dare voce a un disagio reale senza far ricadere il prezzo della protesta sull’intero Paese.

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