Leone XIV in Francia: un Papa di fronte al nuovo disordine mondiale
La sua visita arriva in un mondo sconvolto dalle guerre, dalle crisi migratorie e dal ripiegamento del multilateralismo. Quale ruolo intende assegnare il nuovo Papa alla Francia e all’Europa? Quale diplomazia vuole incarnare e quale voce può ancora far sentire la Santa Sede? Con il vaticanista Marco Ansaldo analizziamo i primi contorni di questo pontificato e le sfide della visita
Mediaquattro: La visita di Leone XIV in Francia sarà molto diversa da quelle compiute dal suo predecessore, Papa Francesco. Qual è la differenza principale tra la loro visione della Francia?
Ansaldo: Per Francesco, in qualche modo, bisognava provocare la Francia. L’esatto opposto di Leone XIV, che invece ritiene necessario dialogare con l’Hexagone. Francesco amava mettere i francesi di fronte alle loro contraddizioni: la laicità, l’immigrazione, l’Europa, il rapporto tra identità e apertura. Durante il suo viaggio apostolico a Marsiglia, il Mediterraneo era diventato, da solo, un atto d’accusa contro l’Europa.
Leone XIV ha un altro temperamento, un altro modo di agire. È meno «profetico» e più politico. Ho letto il programma della visita di Robert Prevost – il nome del Papa all’anagrafe – e ho la sensazione che voglia lanciare un messaggio importante alla Francia: siete un Paese fondatore e avete una responsabilità europea e internazionale, ma dovete esercitarla all’interno di un sistema multilaterale che rischia di disgregarsi.
Francesco diceva agli europei: «Apritevi al mondo». Leone XIV sembra dire: «Ricostruite l’Europa, perché senza un’Europa forte anche l’apertura al mondo diventa impossibile». È una differenza che, credo, dice molto della diversa personalità dei due pontificati.
Si tratta della prima visita ufficiale di un Papa in Francia da diciotto anni. Come va interpretata sul piano politico, diplomatico e simbolico?
Il Papa arriva in Francia nel momento in cui il Paese deve ricordarsi di essere ancora una potenza. La Repubblica francese è laica, naturalmente. Ma la laicità non significa che la religione non sia importante. Al contrario, ricorda che lo Stato non ha bisogno della religione per legittimarsi. E questo permette al Papa di presentarsi davanti alla Francia non come un’autorità politica concorrente, ma come un interlocutore.
Leone XIV non va a reclamare privilegi per la Chiesa. Va a parlare di pace, Europa, cultura, migrazioni, tecnologia, educazione. E soprattutto va a parlare con le istituzioni francesi. È per questo che ritengo che questa visita sia molto più politica di quanto possa sembrare.
Anche perché il Papa possiede qualcosa che molti leader internazionali hanno perso: la capacità di essere ascoltato, anche da chi non condivide le sue posizioni. È precisamente qui che risiede la forza diplomatica del suo ruolo.
La Francia è il Paese della laicità, ma resta la «figlia primogenita della Chiesa». Perché la visita di Leone XIV suscita tanto interesse anche al di là dei cattolici?
Questa attesa rivela che la Francia è molto più secolarizzata che post-cristiana. La pratica religiosa è enormemente diminuita e la Chiesa non dispone più dell’autorità sociale che aveva un tempo. Ma il cristianesimo continua a essere inscritto nella storia francese, nella cultura, nei paesaggi, nell’arte, nella memoria collettiva.
E il Papa possiede una qualità diventata estremamente rara nella società contemporanea: rappresenta qualcosa che lo trascende. Parla a nome di una tradizione vecchia di duemila anni e, allo stesso tempo, si rivolge a un mondo che cambia radicalmente. Questo spiega perché possa interessare anche chi non crede.
Oggi la Francia non è più «la figlia primogenita della Chiesa» in senso sociologico. Ma rimane uno dei Paesi nei quali la Chiesa cattolica possiede un enorme capitale simbolico. E Leone XIV, forse più di Francesco, sembra sapere come utilizzare questo capitale senza trasformarlo in una pretesa di potere.
Leone XIV arriva in Francia quando il mondo è in pieno sconvolgimento. Quale ruolo intende assegnare alla Francia e all’Europa, e quale ruolo può svolgere il Papa nel nuovo ordine mondiale?
Credo che Leone XIV abbia capito una cosa essenziale: il mondo non aspetta l’Europa. Per continuare a contare nel mondo, il Vecchio Continente deve smettere di ridursi a una potenza economica e normativa e tornare a essere un attore geopolitico.
È qui che la Francia ha responsabilità importanti. È un Paese fondatore, una potenza nucleare che dispone di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ha inoltre una rete diplomatica mondiale e ambizioni strategiche.
La scelta di recarsi a Metz, con il riferimento a Robert Schuman e alle radici dell’Europa, non è dunque soltanto una scelta pastorale. È un messaggio politico.
Il Papa può ricordare all’Europa perché è stata costruita. Leone XIV sembra voler fare del papato un attore importante nella ricostruzione dell’ordine internazionale, piuttosto che un semplice testimone del disordine.
Recandosi all’UNESCO durante il suo viaggio apostolico in Francia, Leone XIV lancia un messaggio a favore del multilateralismo e del dialogo, mentre le istituzioni internazionali sono sempre più fragili?
Assolutamente. L’UNESCO è forse il luogo nel quale Leone XIV può parlare con maggiore chiarezza del futuro senza apparire, agli occhi di tutti, come un conservatore.
Il tema dell’intelligenza artificiale è esemplare. La Chiesa non può fermare l’IA. La vera domanda è piuttosto: chi stabilirà i limiti? Chi proteggerà la dignità della persona? Chi impedirà che la tecnologia produca nuove disuguaglianze? Sono questioni politiche prima ancora che religiose.
La presenza del Papa all’UNESCO diventa quindi essenziale: mentre molti governi sembrano tornare alla logica del «prima il mio Paese», Leone XIV difende l’idea che alcuni problemi non possano essere risolti al solo livello nazionale.
La questione climatica, la guerra, l’IA, le migrazioni, l’educazione sono temi comuni e nessuno Stato può affrontarli da solo. È dunque una difesa del multilateralismo. Ma non del multilateralismo burocratico: del multilateralismo come antidoto alla legge del più forte.
Di fronte alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, quali sono i margini d’azione del Papa e della Santa Sede? Leone XIV intende modificare la diplomazia di Francesco?
Il Papa ha pochissimo potere coercitivo, ma il suo potere diplomatico è considerevole. Bisogna partire da questa distinzione.
Non può fermare una guerra. Ma Leone XIV può mantenere aperto il dialogo là dove gli Stati direttamente coinvolti in un conflitto non sono più in grado di farlo. La Santa Sede può parlare con tutti, da Mosca a Washington, da Kiev a Pechino.
Aprire canali là dove gli Stati li chiudono, agire per le vittime e, soprattutto, ricordare che una guerra non deve mai avere l’ultima parola.
Su questo punto, non vedo una rottura con Francesco, ma piuttosto una differenza importante: Francesco era spesso il Papa della denuncia, Leone XIV potrebbe diventare quello della mediazione, che sembra essere la sua vocazione naturale.
È una diplomazia meno spettacolare, ma forse più adatta a un mondo nel quale la Santa Sede deve ritrovare spazi di dialogo tra potenze che non hanno più fiducia nelle istituzioni internazionali. Se Leone XIV riuscirà in questo intento, sarà uno dei risultati più importanti del suo pontificato.
Il Mediterraneo e le migrazioni erano al centro del pontificato di Francesco. Leone XIV si colloca in continuità con lui o intende imprimere una svolta?
Francesco aveva trasformato il Mediterraneo in una sorta di coscienza morale dell’Europa. Per lui, ogni imbarcazione che affondava dimostrava il fallimento della politica europea.
Leone XIV mi sembra meno incline a utilizzare il Mediterraneo come teatro di un’opposizione tra l’Europa e i migranti.
Questo non significa che voglia cambiare la sostanza. La differenza? Francesco insisteva sulla necessità di accogliere; Leone XIV sembra più interessato alla questione di come integrare, governare e costruire una politica europea delle migrazioni.
È una sfumatura importante.
Il problema migratorio non si risolverà né con la chiusura delle frontiere né con i soli appelli alla solidarietà. Serve una politica. Leone XIV sembra più disposto di Francesco a parlare il linguaggio delle istituzioni.
La continuità resta la difesa della dignità umana; la novità potrebbe essere quella di tradurla in una vera proposta politica.
A Lourdes, l’incontro con le vittime degli abusi sessuali richiama la dimensione pastorale di questa visita. Quale messaggio rivolge Leone XIV alla Chiesa e alla società francesi?
Qui il Papa entra nel terreno più difficile: quello in cui deve parlare della propria istituzione.
In Francia, gli scandali legati agli abusi hanno provocato una profonda crisi di fiducia. L’incontro con le vittime è dunque un test: Leone XIV dovrà dimostrare che le lezioni di questa storia recente sono state comprese e che chiedere perdono non basta.
Bisogna cambiare le strutture, le responsabilità e la cultura del silenzio.
La scelta di Lourdes è particolarmente forte: è il luogo della sofferenza e della speranza. Incontrare le vittime significa mettere la loro parola al centro del viaggio. Il messaggio ai cattolici francesi potrebbe essere semplice: non cercate soltanto di recuperare influenza, recuperate credibilità. In una società secolarizzata, questa non può poggiare che sulla forza della testimonianza.
