giovedì, Maggio 21, 2026
Ettore Scola sul set di "Se permettete parliamo di donne" (1964)
Arte e Cultura

“Non ci siamo mai lasciati”: Roma ricorda Ettore Scola

Dieci anni fa ci lasciava uno dei registi più significativi del cinema italiano, Ettore Scola. Dal 2 maggio e fino al 13 settembre il maestro e regista torna idealmente a incontrare il suo pubblico con una mostra dal titolo significativo, che ne celebra l’eredità creativa e umana, ospitata presso il Museo di Roma a Palazzo Braschi.

“Non ci siamo mai lasciati”, con un percorso immersivo che attraversa lo sguardo e l’opera di Scola, intreccia vita e immaginazione, restituendo un ritratto ricco e sfaccettato dell’autore, non solo regista, ma anche sceneggiatore, disegnatore e acuto osservatore del suo tempo. Dalle radici a Trevico, in provincia di Avellino, al legame profondo con Roma, il racconto accompagna visitatrici e visitatori in un viaggio fatto di immagini, parole e suggestioni, come le pagine di un’opera in trasformazione continua.

La mostra, promossa da Roma Capitale-Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, curata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia, è organizzata e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Si avvale anche di molti materiali di Rai Teche, dell’Archivio storico Luce e prestiti della Collezione Studio EL – Cinecittà S.p.A.

Arricchita da documenti mai esposti prima, la rassegna svela un aspetto intimo della creatività di Scola e presenta fotografie, manoscritti, oggetti, sceneggiature originali e appunti personali, articoli di riviste e giornali, vignette, assieme a diversi bozzetti di scena, che non sono semplici schizzi, ma vere e proprie “sceneggiature visive” attraverso cui il regista studiava tic, volti e debolezze degli italiani, trasformando la satira giornalistica nel grande cinema che tutti conosciamo. Il percorso è ovviamente completato da filmati e documentari, mentre, tra i cimeli più iconici, spiccano le sedie da regista, la macchina da scrivere, i primi ciak, il trench indossato da Federico Fellini in C’eravamo tanto amati. Molti dei materiali provengono dall’Archivio della famiglia Scola (curato negli anni da Marco Scola di Mambro, nipote di Ettore).

Vita e opera di Scola si dischiudono al visitatore attraverso tre sezioni tematiche.

Nella redazione del “Marc’Aurelio” con Todini, Carlo Veo e Fabiano Fabiani (1950)

La prima sezione è dedicata all’uomo. Ricostruisce gli inizi del maestro, nato nel 1931, e la sua formazione tra il Sud Italia e Roma, nel quartiere Esquilino. Qui prende forma uno sguardo attento e partecipe sulle contraddizioni della realtà. Ancora giovanissimo Scola entra nell’ambiente del “Marc’Aurelio”, dove incontra, tra gli altri, Federico Fellini e Steno. È l’inizio di una straordinaria carriera da sceneggiatore, che lo porterà a collaborare con alcuni dei protagonisti della commedia all’italiana e a lavorare, tra radio, televisione e cinema, anche con Alberto Sordi, contribuendo a film diventati iconici come Il sorpasso e I mostri. Dal 1964 passa alla regia, sviluppando uno stile personale, ironico e profondamente civile, capace di raccontare la vita quotidiana intrecciandola con la grande Storia. I suoi film danno voce a sogni, fragilità e contraddizioni di un intero Paese.

La seconda sezione è dedicata all’artista. Articolata nelle sottosezioni ‘Lo sceneggiatore’, ‘Il disegnatore’ e ‘Il regista’, restituisce l’immagine di un autore completo. Dalla satira degli esordi alla maturità cinematografica, Scola attraversa e interpreta la cultura italiana del Novecento. La sua filmografia, intensa e riconoscibile, include capolavori come C’eravamo tanto amati, Brutti, sporchi e cattivi e Una giornata particolare, opere che raccontano l’Italia con ironia, umanità e profondità.

Ettore Scola con Federico Fellini al Teatro 5 di Cinecittà (1986)

Infine c’è Roma, una sezione dedicata al rapporto speciale tra il regista e la città. Romano d’adozione, Scola ha osservato e raccontato la Capitale con uno sguardo al tempo stesso affettuoso e lucido. Nei suoi film Roma diventa protagonista: uno spazio vivo in cui si intrecciano storie individuali e collettive, specchio delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri. Dalle periferie alle terrazze borghesi, i luoghi si fanno scenari di incontri, conflitti e memorie. Un legame profondo e reciproco, suggellato anche dall’omaggio che la città gli ha dedicato nel 2016 nel cuore di Villa Borghese.

Di questo rapporto con la città parla Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura del Comune di Roma, sottolineando come, con la mostra, il Comune stesso, a dieci anni dalla scomparsa del Maestro, voglia rendere omaggio ad un umanista dallo sguardo libero, che ha raccontato i suoi personaggi in modo completo, riuscendo a far vivere nell’immaginario collettivo, che sopravvive ai suoi film, il tratto concreto e mai banale delle relazioni, delle persone, assieme alle loro difficoltà, l’amore, l’amicizia, la vecchiaia e la morte. “La mostra – sottolinea Smeriglio – racconta tutti questi aspetti e lo fa dedicando uno sguardo importante alla città di Roma, a cui Ettore Scola era legato da un legame speciale, profondo e autentico, in grado di raccontare la Capitale senza edulcorazioni, nelle sue verità e nelle sue diverse fasi storiche. L’esposizione a Palazzo Braschi significa riconoscere la rilevanza del cinema e il suo valore di accessibilità culturale, grazie al modo di raccontare del Maestro: un racconto popolare, denso di riflessione critica ma anche di leggerezza”.

La mostra si rivolge così ad un pubblico ampio e trasversale, con l’obiettivo di restituire tutta la ricchezza dell’opera di Scola e di avvicinare anche le nuove generazioni al suo cinema. Approfondimenti, attività formative e un linguaggio accessibile accompagnano il percorso, favorendo una fruizione inclusiva e partecipata.

“Ettore Scola – Non ci siamo mai lasciati” è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale che, attraverso materiali iconografici inediti e testimonianze – tra cui quelle di Fanny Ardant, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini – ripercorre le origini, il percorso artistico e l’eredità di un autore che ha saputo raccontare, con sensibilità e intelligenza, il nostro Paese.

Autore

  • Luigi Guarrera

    Laureato in lettere e filosofia, giornalista pubblicista dal 1983 (collaboratore a Vita Italiana, Terra e Vita, Airone, Mediterraneo, La Nuova Ecologia, Panda, ed altre testate), socio dell’ARGA Lazio, è sempre stato un appassionato difensore della natura, consigliere del WWF Italia e coordinatore negli anni ‘90 del Programma Mediterraneo del WWF internazionale. Ha avviato tra l'altro le attività di conservazione per le foche monache in Grecia, Turchia e in Italia come membro fondatore del Gruppo Foca Monaca A.p.s. Da sempre attivo anche in ambito agricolo, ha lavorato fin dagli anni ’80 per lo sviluppo dell’agricoltura biologica, l’unico modello di agricoltura amica dell’ambiente, e della sua legislazione, prima come direttore dell’AMAB-Associazione Mediterranea per l’Agricoltura Biologica, e dal 2005 come consulente del CIHEAM-Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, organizzazione intergovernativa con la quale è stato ed è impegnato con progetti in vari paesi del Mediterraneo e dei Balcani, sovente anche come esperto della Commissione europea (TAIEX), per sviluppare anche lì, attraverso l’approssimazione alla legislazione europea, il settore del biologico. Fa parte dello staff del SINAB-Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica.

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