Clima: Trump “rottama” le leggi di Obama
La decisione del presidente Usa Donald Trump di annullare le politiche contro il cambiamento climatico pone la Cina di fronte alla necessità di assumere il ruolo di motore dell’Accordo di Parigi

“La mia azione oggi è un altro passo verso la creazione di posti di lavoro. Basta con chi rubava la nostra prosperità. Ora comincia una nuova rivoluzione energetica”. Con queste parole Donald Trump ha cancellato di fatto l’adesione americana agli accordi di Parigi sul cambiamento climatico. Senza mai nominarli, li ha svuotati nella loro applicazione. Un colpo durissimo da parte della potenza economica leader, nonché seconda nazione per emissioni carboniche dopo la Cina. Finisce così spazzata via l’eredità ambientalista di Barack Obama. Anche se i suoi seguaci – dagli Stati a governo locale democratico come la California, alle grandi organizzazioni ambientaliste come il Sierra Club – già preparano una guerriglia di resistenza a base di ricorsi presso tutte le sedi di giustizia.
L’Unione europea non ha affatto gradito la mossa trumpiana di cancellare le leggi a tutela del clima in favore di un ritorno allo sfruttamento intensivo del carbone e, con Pechino, su questo argomento, ha già aperta una stretta collaborazione. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lu Kang, all’indomani della firma del presidente americano, ha voluto ribadire con chiarezza che Pechino proseguirà “nel dialogo e nella cooperazione con le parti firmatarie, mano nella mano per gestire il cambiamento climatico, per promuovere gli sforzi per mettere l’economia globale sulla strada verde e a basso utilizzo di carbone, per consegnare un migliore futuro alle generazioni a venire”.
Si tratta di una presa di posizione che conferma quanto aveva già ampiamente annunciato il presidente Xi Jinping, il quale dopo l’elezione di Trump aveva detto dalla tribuna Onu di Ginevra: “L’accordo di Parigi è una pietra miliare nella storia del governo del clima. Dobbiamo assicurarci che questo indirizzo non fallisca”. Per Pechino è vitale che l’accordo di Parigi sul clima del 2015 non fallisca. La Cina è il massimo produttore mondiale di gas serra, un forte inquinatore con le città spesso ingolfate dallo smog e dall’inquinamento, che paga un prezzo enorme in danni alla salute della sua popolazione. Per questo motivo il governo ha messo in campo lo scorso anno un ambizioso piano quinquennale (2016-2020) che punta a tagliare l’intensità di carbone del 18 per cento in rapporto al Pil, che porterebbe il taglio dal 2005 del 50 per cento. L’obiettivo è tagliare entro il 2030 del 60-65 per cento questo dato.
Secondo un rapporto di gennaio dell’Istituto per l’economia energetica e per le analisi finanziarie, rilanciato oggi dal New York Times, Pechino nel 2015 era al top negli investimenti sulle tecnologie ambientali al mondo con 103 miliardi di dollari e, con investimenti all’estero in progetti energetico ambientali per 32 miliardi di dollari. Si tratta di investimenti necessari anche per abbassare l’ancora eccessivamente alta dipendenza della sua industria dalla fonte energetica del carbone. Trump invece ha più volte espresso un’idea completamente diversa della questione del riscaldamento globale. Più volte, con la veemenza che gli è tipica, ha detto di ritenere la questione una truffa, un inganno. Ieri, firmando l’ordine esecutivo con cui cancella quasi tutta la politica di Obama sul clima, ha annunciato che questo provvedimento darà inizio a “una nuova era nella produzione e nella creazione di posti di lavoro”.
I rischi, le reazioni e i diversi scenari futuribili
“Uno dei rischi che io penso che l’Amministrazione dovrebbe prendere in considerazione è quello che la Cina diventi un leader globale in questa nuova tecnologia, che è spinta dal mercato, e che gli americani siano lasciati indietro”, ha commentato uno dei negoziatori anziani, Leon Charles, parlando tempo fa con Scientific American. L’altro importante rischio è geopolitico. Molti ritengono che la marcia indietro trumpiana sul clima contribuisca a un calo d’influenza anche politica di Washington. “Se gli Stati uniti si ritirassero dall’accordo di Parigi e la Cina guadagnasse credibilità di conseguenza, la Cina avrebbe più credibilità con gli altri paesi su una serie complessiva di questioni”, spiegava David Sandalow della Columbia University a Scientific American a novembre. In effetti, molti media internazionali hanno segnalato come il passo indietro della Casa Bianca sul clima abbia creato le condizioni per un asse tra la Cina e il terzo grande attore delle politiche globali sul clima: l’Unione europea. Ieri, commentando l’ordine esecutivo di Trump, il commissario europeo all’Energia e all’Azione sul clima, Miguel Arias Canhete, ha twittato: “Altri possono fare marcia indietro, ma l’Ue e la Cina andranno avanti con l’Accordo di Parigi e con la transizione all’energia pulita”. Canhete da oggi fino al 2 aprile è proprio in Cina e avrà una serie di incontri importanti, tra i quali il rappresentante speciale di Pechino sul clima Xie Zhenhua. “La missione del commissario Aria Canhete in Cina viene in un momento critico per le politiche internazionali sul clima e consente a Ue e Cina di mostrare una leadership congiunta e di esplorare come possano rafforzare il loro impegno nell’Accordo di Parigi del 2015 e in vista del summit Ue-Cina che si terrà a giugno”, ha scritto l’ufficio del commissari. E lo stesso Arias Canhete ha commentato: “In questi tempi turbolenti, una leadership comune è necessaria più che mai”.
Anche Exxon Mobil dice “no” a uscita dagli accordi di Parigi

Con una lettera inviata al consigliere per l’energia di Trump, David Banks, secondo quanto riportato dal Financial Times, il “gigante dell’energia”, la Exxon Mobil, avrebbe fatto pressioni affinché gli Stati Uniti non abbandonino l’accordo di Parigi sul clima siglato alla fine del 2015. “Sarebbe prudente che gli Stati Uniti restassero all’interno dell’accordo di Parigi – si legge nella lettera – per garantire un campo di gioco equilibrato per tutti ed in modo che i mercati energetici restino il più possibile liberi e competitivi”. E grazie alle abbondanti scorte di gas naturale, di cui Exxon è il primo produttore negli Usa, secondo il gruppo gli Stati Uniti sono ben posizionati per essere competitivi a livello internazionale. Con l’uso di questa risorsa naturale, si possono abbassare le emissioni rispetto a quelle generate da impianti a carbone. Nella missiva Banks sottolinea anche come l’intesa di Parigi sia il primo tentativo di limitare le emissioni e il dumping ambientale sottoscritto dai paesi sviluppati e dai giganti emergenti Cina ed India. La lotta ai cambiamenti climatici, aggiunge Exxon Mobil, richiederà progressi tecnologici e gli Stati Uniti dovrebbero sostenere politiche per ottenerli. L’amministrazione Trump, va ricordato, è profondamente legata alla Exxon Mobil attraverso il segretario di stato Rex Tillerson, per molti anni al vertice della compagnia prima di diventare il capo della diplomazia usa. Lo stesso Tillerson è accreditato come l’autore della svolta di Exxon Mobil che ha pubblicamente accettato le tesi scientifiche sui cambiamenti climatici.
Ermete Realacci: “un pericoloso ritorno al passato”

“Se vi fossero dei dubbi sulla necessità di un’Europa protagonista delle sfide globali come quella sui mutamenti climatici, Trump ha contribuito a dissiparli. La sua decisione di revocare i provvedimenti varati dall’amministrazione Obama a tutela dell’ambiente e per la riduzione delle emissioni inquinanti, apre la strada ad un pericoloso ritorno al passato fatto di carbone, petrolio e gas serra; con il pericolo di far saltare gli sforzi per contrastare i cambiamenti del clima”. Queste le affermazioni di Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera, commentando la decisione del presidente degli Usa Trump di revocare i provvedimenti varati dall’amministrazione Obama a tutela dell’ambiente. “L’Europa ha tenuto in vita gli accordi di Kyoto e oggi c’è ancora più bisogno di quell’Europa che scommette su un’economia pulita, sostenibile e di qualità – dice Realacci – Un’economia più a misura d’uomo che è già presente nel nostro Paese, purché non si guardi la realtà con gli occhi foderati dalla agenzie di rating. Basta vedere i dati forniti recentemente dal Rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola e Unioncamere in base ai quali emerge che 385mila aziende italiane dal 2010 , il 26,5% del totale, hanno investito in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2″. Quelle stesse aziende innovano di più, esportano di più e creano più lavoro. Nel 2015, nel manifatturiero, il 46% delle imprese italiane che investono in tecnologie verdi esporta, contro il 27,7% delle imprese non investitrici; il 35,1% delle imprese green ha aumentato il fatturato a fronte del 21,8% delle altre; il 33,1% ha introdotto innovazioni, contro il 18,7% delle altre. Alla green economy si devono quasi tre milioni di posti di lavoro – aggiunge Realacci – 249.000 assunzioni fra green jobs in senso stretto e figure ibride con competenze green , pari al 44,5% della domanda di lavoro non occasionale. Quota che sale fino al 66% nel settore ricerca e sviluppo. E’ questa l’Italia in grado di affrontare le sfide del futuro, un’Italia che fa l’Italia e che può essere esempio per l’Europa e per il mondo”.
Ue: solo Svezia, Germania e Francia in linea con obiettivi di Parigi

Dopo la svolta anti-ambientalista degli Stati Uniti d’America ci si chiede anche a che punto sono gli altri Stati che hanno sottoscritto gli obiettivi di Parigi sul clima e, secondo una ricerca di Transport & Environment e Carbon Market Watch (“Eu Climate Leader Board”), riferita dal quotidiano britannico “The Guardian”, la Svezia, la Germania e la Francia sono gli unici stati membri dell’Unione europea con politiche ambientali in linea con gli impegni presi nella conferenza di Parigi sul cambiamento climatico per ridurre le emissioni di anidride carbonica del 40 per cento entro il 2030. Il Regno Unito è in quinta posizione. La Polonia, la Repubblica Ceca e l’Italia sono nella fascia dei paesi più’ arretrati.
